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	<title>Associazione Marulandi&#187; I viaggi di Haran Banjo</title>
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		<title>Bilancio consuntivo di un anno bisestile</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 23:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2008]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Diciamocela tutta, il 2008 non è stato un anno che passerà agli annali della storia come un anno “in”. Non ci sono stati grandi eventi da festeggiare in questo 2008; un’olimpiade, un europeo di calcio finito ai calci di rigore, i cinesi che fanno il giro per lo spazio, la benzina che ha toccato il record storico per quanto riguarda il costo alla pompa, insomma niente di eclatante sembrerebbe, leggendo sommariamente e frettolosamente il libro dei fatti….<br />
Ma qualcosa di buono deve esserci stato nel corso di questi 366 giorni (ricordo che quest’anno si è festeggiato anche il mio compleanno).<br />
Pensandoci bene qualcosa di buono è rimasto, qualcosa per cui ne è valsa la pena vivere c’è stato, fosse solo per un’attesa, per una stretta di mano, per un sorriso regalato, per un viaggio intrapreso.<br />
E sfoglio, una ad una, le pagine dell’anno ormai concluso…<span id="more-185"></span><br />
Gennaio, Febbraio, Marzo mesi nei quali mi sono trovato a girovagare per il Far East. Navi lontane che attendevano di innalzare il tricolore, processioni di pasqua, turni di guardia.<br />
La neve in Cina rimane sicuramente il ricordo più candido del 2008. Erano 50 anni che non nevicava nel sud della Cina, erano 50 anni che tutti aspettavano la neve e che il colore predominante in questa parte di mondo diventasse il bianco. Era tutto bianco, letteralmente bianco, il paesaggio, le colline, le strade, le macchine, il colore dei prati, perfino anche le navi!<br />
E sono tornato dalla Cina per catapultarmi in un inseguimento che ha visto l’attraversamento di diversi paesi dell’area europea.<br />
Aprile, Maggio, Giugno, Luglio, dalla Finlandia a Malta, passando per il Portogallo, la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Germania, la Danimarca. Un bel giro quello compiuto nell’arco del 2008!</p>
<p>Eppure qualcosa di buono deve esserci stato, fosse solo un ricordo, una fotografia, un momento per il quale poter dire “ne è valsa la pena”. E mi sforzo di rincorrere con la memoria le annotazioni riportate sull’agenda. Appuntamenti segnati e poi defalcati, cose da fare e poi non fatte, impegni rimandati perché non avevo voglia, sono queste le cose che risaltano dalla lettura delle pagine riempite dall’inchiostro delle penne riposte in un bicchiere poggiato sulla mia scrivania.<br />
Mi devo sforzare di ricordare, mi devo impegnare ad aprire i cassetti della memoria e tirare fuori qualcosa di buono, fosse solo per dire che non tutto è andato a male, perso.<br />
E finalmente ecco, una luce illumina una pagina dell’agenda, un tratto solare che riscalda il cuore, che esprime la gioia dell’aver vissuto.<br />
Settembre 2008. È il periodo delle mie vacanze estive, anzi siamo quasi al termine delle mie vacanze. Non c’era il sole durante quella giornata, anzi ovunque andassimo prendevamo acqua addosso, eppure non sentivo il peso dell’acqua che scivolava via sulle mie braccia, non sentivo il peso degli spostamenti fatti in macchina mentre salivamo verso il monte. E dall’alto della vetta, sotto di noi il silenzio della valle, il colore dell’arcobaleno, l’abbraccio che ti scalda il cuore ed il sorriso dell’anima!<br />
Questa è la mia foto del 2008; questo è il momento per il quale veramente ne è valsa la pena esserci stato ed avere vissuto. Una foto che è mia e solo mia, il mio attimo di eterno, l’attimo in cui è racchiuso tutto il 2008.<br />
Quello che cercavo era questo attimo, questo istante d’immenso, che mi aprisse la memoria dei sentimenti. E adesso a cascata emergono volti nuovi, vecchi, giovani, adulti, bambini, colleghi e sconosciuti, ma tutti volti che hanno lasciato il loro appunto sulle pagine di questa agenda. È una scrittura lieve, impercettibile a chi guarda senza neanche soffermarsi, e che sfoglia le pagine del 2008 con la stessa frenesia di chi cerca qualcosa senza sapere effettivamente dove cercare.</p>
<p>I mesi autunnali sono quelli più caldi, quelli nei quali il calore della gente ha reso le pagine intrise di vita. Sono le pagine che pesano di più nell’economia di questo anno. Hanno il sapore del mare (quello non manca mai), del cous cous, dei vincisgrassi, della polenta, della pasta al sugo di Norcia, dei salumi e degli affettati di casa di Giorgia, del pancione di Caterina e della sua prossima maternità, di Eurochocolate e della tagliata di Muzzicone, delle sere trascorse a lavorare su norme da applicare e navi da iscrivere nei registri italiani.<br />
Ma l’anno che finisce è stato anche l’anno del boom dei “social network”, di myspace, di facebook, di messenger, di una vita che finisce col diventare sempre più virtuale. Una vera mania quella che ha intrappolato tutti quanti noi. Siamo diventati utenti di tutti i sistemi di comunicazione presenti nel vasto sistema della rete, imparando a regalare emozioni e stralci della nostra vita e dimenticando il suono delle parole. La comunicazione verbale lascia sempre più spazio alle parole scritte. Uno scritto che diventa sempre più contorto e di difficile interpretazione. Emoticon, avatar, simboli che si sostituiscono alle semplici lettere dell’alfabeto, e quelle che una volta erano tenere frasi di affetto o gesti di amicizia diventano delle contrazioni che per capirne il significato devi aver superato prima un esame universitario.<br />
Faccio mie le parole di un grande della canzone italiana per esprimere il mio più grande augurio a tutti quanti noi, per vivere appieno tutto quello che ci sarà dato di vivere.</p>
<p>“E se quest&#8217;anno poi passasse in un istante,<br />
vedi amico mio<br />
come diventa importante<br />
che in questo istante ci sia anch&#8217;io.</p>
<p>L&#8217;anno che sta arrivando tra un anno passerà<br />
io mi sto preparando è questa la novità”.</p>
<p>Haran Banjo.</p>
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		<title>Dopo aver tanto viaggiato</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 21:14:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo aver tanto viaggiato finalmente sono tornato a casa, alle mie abitudini, al mio ambiente di vita più conosciuto, ai miei amici. È difficile fare lo straniero, anche in una città italiana come Genova.
Non sei a casa, non sei con i tuoi amici, non sei inserito all’interno di nessun gruppo. Tu sei il gruppo, tu [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo aver tanto viaggiato finalmente sono tornato a casa, alle mie abitudini, al mio ambiente di vita più conosciuto, ai miei amici. È difficile fare lo straniero, anche in una città italiana come Genova.<br />
Non sei a casa, non sei con i tuoi amici, non sei inserito all’interno di nessun gruppo. Tu sei il gruppo, tu sei il sole ed i pianeti che gli girano intorno: un vero sistema paradossale “eliocentrico di tipo egocentrico”.<br />
È vero non sono mai solo, ci sono i soliti amici/colleghi che mi accompagnano nei miei spostamenti; persone che ritrovo con una certa cadenza temporale ma con le quali, per il resto del tempo che non siamo insieme, mi manca il rapporto della quotidianità. Ma è proprio in questo breve periodo di tempo, forse perché breve, che i rapporti si intensificano e le piccole emozioni giornaliere diventano spaccati di vita vissuta intensamente. Vivi in simbiosi delle persone che ti circondano perché sai che solo su quelle puoi contattare, se veramente ce ne bisogno.<span id="more-104"></span><br />
Ogni volta che sono destinato in missione, lo sguardo scorre veloce sui nomi dei compagni che mi accompagneranno nell’ennesimo viaggio. Ed una volta scorso l’elenco la mano corre veloce alla ricerca del cellulare, che nel breve volgere di un paio di secondi è già impostato per ricercare nella rubrica i recapiti telefonici dei miei compagni di ventura.<br />
Questo è il bello di questa mia piccola avventura: la certezza di non essere mai solo. Siamo come piccole falene attratte dal calore delle fiamme di un fuoco: ci ritroviamo sempre, pur stando lontano e vivendo in realtà così diverse e distanti.<br />
A volte cerco di spiegarmi il perché di tale comportamento, ma un perché non c’è, o meglio un motivo l’ho trovato ed è il vero segreto della vita: saper vivere la quotidianità e saperla vivere stando a distanza!<br />
E dalle finestre del mio mini alloggio, con le grate di ferro che mi fanno vedere il cielo come una scacchiera, vedo passare un aeroplano. L’aeroplano questo mezzo di trasporto che azzera o quasi annulla le distanze e diventato il mio migliore amico. Quante miglia percorse nel solo primo semestre del 2006. Quanti paesi visitati, persone conosciute, strette di mani, e quanta solitudine nelle ore del volo!<br />
Sono quelle le ore peggiori: sei con i tuoi pensieri e cerchi di annegarli nella lettura, nel cibo, nel sonno che ti sforzi di conciliare, ma tutto viene a galla, fotogramma dopo fotogramma.<br />
Ed è in quel momento che capisco che sono poche le persone che mi accompagnano spiritualmente nel viaggio. Nella vita, nella maggior parte dei casi, tutto dipende da cosa ci si aspetta e non sempre il risultato è positivo. Spesso si è soli per giorni e giorni senza essere ricordato da nessuno, senza nessuno che ti faccia uno squillo per dirti: io sono qui. Forse la ricerca sfrenata dell’amico è un male, ma non cercarlo proprio è peggio!<br />
In questo periodo di tempo vissuto lontano dal mio piccolo mondo borghese ho imparato ad apprezzare il calore dell’Amicizia, quella scritta con l’A maiuscola, quella dei veri Amici. Un’associazione è un momento di formazione per tutti ma non tutti la vivono allo stesso modo perché diverse sono le aspettative, perché i rapporti di amicizia sono diversi, perché le persone si conosco da prima che nascesse l’Associazione ed il loro mondo è proiettato oltre l’Associazione.</p>
<p>Ma qualche volta capita che i miracoli si realizzino, che l’irreale diventi realtà.<br />
Ci sono cose che nella vita non si possono comprare, non hanno prezzo, sono dei veri e propri tesori da custodire gelosamente, che non possono essere rivelati se non per acquistarne di altri di maggior valore. E tutto questo sta capitando qui a Genova, grazie agli amici che vivono un po’ lontani dalla città della Lanterna: dalla vicina Penisola sorrentina o dalla Capitale, dalla lontana Cambridge o dal vicino Friuli.<br />
Bisogna, ogni tanto, parlare dei miracoli della vita quotidiana, altrimenti quando ne accadranno di più grandi non avremo nessun termine di paragone.<br />
A volte penso di essere una cometa, una scheggia impazzita, uno al di fuori del coro, uno che da fastidio, che rompe l’anima e che cerca di colmare in ogni modo il proprio “buco grosso che ognuno di noi ha dentro.” Beh, quello sono io, ed ogni tanto quel buco viene riempito dal calcio, dalle lunghe e cruente discussioni, dalle litigate e dalle forti strette di mano, dal lavoro ma soprattutto dagli amici.<br />
Gli amici sono come il grillo parlante, come Virgilio per Dante, come l’Idrogeno per l’Ossigeno, come la fata dai capelli turchini: insomma sono quel punto fisso, fisso nell’anima, che ogni tanto si fa sentire, come lo squillo del cellulare!</p>
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		<title>Vancouver</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 21:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando il mio Comandante, mi ha detto che sarei dovuto partire per Vancouver, il primo pensiero è stato quello di capire dove effettivamente fosse geograficamente collocata la città. Inizialmente ho creduto e sperato che il sito geografico affacciasse sull’Oceano Atlantico, ma poi una volta posizionatomi davanti alla cartina politica del Canada, ho scoperto che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando il mio Comandante, mi ha detto che sarei dovuto partire per Vancouver, il primo pensiero è stato quello di capire dove effettivamente fosse geograficamente collocata la città. Inizialmente ho creduto e sperato che il sito geografico affacciasse sull’Oceano Atlantico, ma poi una volta posizionatomi davanti alla cartina politica del Canada, ho scoperto che la città affacciava si sull’Oceano, ma era il Pacifico il mare su cui dovevo recarmi.<br />
Preso atto di tale situazione, il successivo pensiero è andato a cosa avrei dovuto mettere nel trolley, in fin dei conti siamo in Febbraio ed in Canada fa freddo. Apro Internet e scopro che invece a Vancouver fa caldo in questo periodo, anche più caldo dell’Italia: ci sono sette gradi al momento della mia partenza da Napoli, avvenuta con un giorno di ritardo perché, arrivati alla biglietteria dell’Aeroporto di Capodichino, scopriamo che i biglietti non erano stati emessi.<span id="more-91"></span><br />
Dopo diciotto ore di volo, 3 scali aerei e tanta tristezza nel cuore, sono atterrato in Canada. Sono le 18.00 ora locale, le 03.00 del mattino in Italia, quando il volo della British Airways, numero 085 tocca il suolo canadese: una vera liberazione!!!<br />
Sono state diciotto ore di volo nelle quali ho avuto un solo pensiero: la mia fidanzata!!! 3 anni di vita nei quali ho lasciato che tutto mi scivolasse addosso, nei quali non sono stato in grado di esserci, nei quali non ho mosso un dito per difenderla, nei quali ho mancato l’appuntamento con gli impegni importanti ed alla fine dei quali mi accorgo che sono ancora innamorato di lei. Non basta, ma colgo attraverso le pagine di questo giornale per farle la mia dichiarazione di amore: io l’amo e che per me resta sempre l’unica donna della mia vita. L’amore non basta da solo, penserà in questo momento Eliana, ma è l’inizio, è il “BIG BEN”.<br />
Dopo 18 ore di volo lo sbarco in Canada è stato molto soft, niente neve, niente freddo e niente donnine canadesi, che peccato! La prima cosa che salta all’occhio del neofita è che a Vancouver c’è tanto spazio, tanto verde, tanta aria, tante distese immense: insomma Vancouver è tanta!!!<br />
Anche la nave su cui mi sono recato per svolgere il mio lavoro era tanta, grossa, pesante, infinita da ispezionare. I momenti da ricordare, legati a questa avventura sono due. La visita al Consolato Generale d’Italia a Vancouver e la cerimonia dell’alza bandiera.<br />
La visita al Consolato, testimoniata dalla foto, è stata emozionante perché in fondo la comunità italiana ti accoglie sempre, ovunque tu vai. C’è un piccolo pezzo d’Italia in ogni stato straniero.<br />
Ma la gioia più grande, il momento dei momenti è stata la cerimonia dell’alza bandiera, di quel tricolore che è sinonimo di unione, fratellanza, patria!<br />
Eravamo a poppa della nave, l’equipaggio della nave, il Console, il suo staff ed io, quando il primo soffio di vento ha spiegato la bandiera e i tricolori dell’unità di Italia, hanno iniziato a muoversi aritmicamente, agitati dal fresco vento canadese. Un altro pezzo d’Italia veniva creato! Per il resto, tutti quanti sapete che Vancouver è la sede dei prossimi giochi invernali che si terranno nel 2010 e che i primi passi per la realizzazione dei giochi sono stati già mossi. Da consigliare, per chi volesse andare in Canada, è il “whale-watching”; un’avventura da sperimentare, io non ho avuto occasione di farlo perché non erano previste balene in transito, siamo nel periodo dell’anno sbagliato. (Quello ideale è Aprile n.d.r.).</p>
<p>Quel che resta nella mente sono i tramonti e le albe canadesi (ho dormito poco per colpa del fuso orario), le grandi mangiate di pesce e carne, la semplicità e la cortesia della gente.<br />
Al rientro in patria, mi sono sentito fiero di essere Marulando, di aver indossato il berretto dell’Associazione anche in Consolato, perché non mi sono sentito solo: avevo con me tutti quanti voi, ed in special modo il Capitano e la mia fidanzata. C’era con me un simbolo, il berretto, quel numero 22 stampigliato sopra era un marchio di fedeltà ed amicizia senza il quale mi sarei sentito uno come tanti, ed invece io sono un MARULANDO!!!</p>
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		<title>Yangzhou 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:54:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Anno 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[E fuori nevica… Una pennellata di bianco ha reso il paesaggio simile a quello rappresentato dai pittori della scuola fiamminga. A perdita d&#8217;occhio l&#8217;unica cosa che si vede è un manto di neve che ricopre tutto quello che trova. Anche il piccolo fiume che lambisce la struttura dell&#8217;albergo è bianco. Erano 50 anni che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E fuori nevica… Una pennellata di bianco ha reso il paesaggio simile a quello rappresentato dai pittori della scuola fiamminga. A perdita d&#8217;occhio l&#8217;unica cosa che si vede è un manto di neve che ricopre tutto quello che trova. Anche il piccolo fiume che lambisce la struttura dell&#8217;albergo è bianco. Erano 50 anni che non accadeva quello che ora sta succedendo in Cina, mentre io sono prigioniero in un albergo immerso anch&#8217;esso in una coltre di bianco. La neve cade copiosa ed io ammiro il suo moto, lento e costante, mentre prende possesso del resto. Gli spostamenti sono impossibili, e quello che mi resta da fare sono quattro passi nello spiazzale antistante l&#8217;albergo. E mentre passeggio tornano alla memoria le immagini del giorno prima. Shanghai immersa nella neve ed avvolta da un freddo vento: insopportabile! La macchina digitale che mi pianta all&#8217;improvviso ed io costretto a fare le foto con la fotocamera del cellulare. Io ed il mio autista e guida cinese sembriamo i personaggi di un film comico.<span id="more-88"></span> Più cerco di parlare con lui e meno comprensione ottengo. In Cina siamo prossimi alla festività dell&#8217;anno nuovo, quest&#8217;anno cade il 6 febbraio, e per strada si incontrano migliaia di persone con borse e pacchi che, come tante formiche, si dirigono verso il loro rifugio: la stazione ferroviaria di Shanghai. Ho assistito e partecipato ad un fenomeno di lievitazione nella sala d&#8217;attesa numero 13. Non avevo mai visto tante persone compresse in un unico ambiente chiuso. Tante sardine chiuse in una scatoletta che è pronta per scoppiare. Varchi di accesso ancora chiusi mentre il livello di sopportazione sta per raggiungere il punto di non ritorno. Spinte e calca umana generano una lievitazione collettiva. Sono sospeso in aria, con la maniglia del mio trolley ben stretta nella mano destra, una sorta di zavorra. Percorro 10 metri senza mettere piede a terra: fantastico! E senza neanche accorgermene, sono giunto nei pressi dello scompartimento del treno. Entro e quello che mi si presenta agli occhi è lo spettacolo più unico a cui potessi assistere. Un carrozza invasa da un centinaio e più di persone, ognuna delle quali ha in dote una valigia ed un paio di pacchi, senza contare i bambini e gli anziani.<br />
È un esodo; sembriamo dei deportati! Ed invece si tratta di persone che stanno raggiungendo i loro cari, in città lontane anche esse ricoperte dalla neve. E più il treno va avanti sulle rotaie più aumenta lo spessore della neve. Il mio vicino di viaggio sta consumando il suo quarto uovo sodo preso da un sacchetto, come quelli della spesa, che ne contiene un&#8217;altra decina. La parte del guscio eliminata finisce regolarmente sul pavimento, come anche tutto ciò che non risulta commestibile! Altre due fermate e poi devo scendere, mentre il panorama che si vede dal finestrino non subisce alcun mutamento. Stiamo viaggiando in questo momento a 200 km/h e tutto scorre veloce, come le immagini del video che ho fatto con il mio cellulare. Eccomi giunto a Zhengjiang, &#8220;stazione di Zhengjiang&#8221; urla il nastro magnetico. Scendo e la neve è padrona delle strade e di tutto il resto. Ed ecco che dopo aver preso l&#8217;aereo, il treno e l&#8217;automobile per raggiungere Yangzhou, ora mi tocca salire anche a bordo di un traghetto che fa la spola tra le due rive del fiume. Ci manca solo il due ruote per arrivare a destinazione e poi potrei dire di aver preso tutti i mezzi di locomozione! Finalmente l&#8217;albergo ed il meritato riposo, ma è solo la quiete prima della tempesta! Un viaggio a senso solo senza ritorno se non in volo, senza fermate ne confini solo orizzonti neanche troppo lontani: la mia Cina! Ogni anno mi accogli ed ogni volta mi fai omaggio di una sorpresa. Questa volta cosa nascondi &#8220;tutto sotto il cielo&#8221;? Sono 2 giorni che sono rinchiuso in albergo senza potermi muovere, mentre fuori continua a nevicare&#8230; Ma non può nevicare per sempre, non posso rimanere qui per sempre. Ed il per sempre diventa movimento ed il movimento genera energia e produttività. Finalmente operativo, ma in un&#8217;altra città. Lascio l&#8217;improduttiva Yanghzhou per spostarmi a Tianjin. Dal sud della Cina mi dirigo verso i confini del Nord, quelli posti a stretto contatto con la Corea. Sono le 23.30 del 2 febbraio quando l&#8217;aereo tocca la pista di atterraggio dell&#8217;aeroporto di Pechino. Sono a metà del mio viaggio di trasferimento: devo raggiungere Tianjin, che dista solo 3 ore di macchina. Siamo soli in autostrada, ed è qui che iniziano i miei incubi. In meno di tre ore ho rischiato di salutare questo mondo per quello che è per sempre per ben tre volte. Per chi non è abituato a guidare con la neve che scende copiosa dal cielo e con il ghiaccio che si forma sul manto stradale, ogni metro percorso in automobile diventa una incognita.</p>
<p>Non ci sono catene per il ghiaccio, non c’è niente di niente per fronteggiare tale condizione climatica. Più vado avanti e più sono le macchine accostate al ciglio della strada oppure conficcate dentro enormi tir. Una vera odissea quella vissuta per raggiungere il nord della Cina. Sono le 3 del mattino quando faccio il mio ingresso nella hall dell&#8217;albergo! Check-in completato con l&#8217;amara sorpresa che la colazione viene servita dalle 06.30 alle 08.00: posso dormire ben 4 ore! Un incubo il trillo della sveglia, ma bisogna alzarsi, non mangio da quasi 24 ore. Scendo nella sala della colazione e scopro che il breakfast ha termine alle 10! Ho serie intenzioni di compiere un omicidio, ma il mio istinto viene placato dalle urla del mio stomaco. La fame vince sulla sete di sangue. E&#8217; il 3 febbraio, mancano 4 giorni al capodanno cinese. Il 7 Febbraio in Cina festeggiano la Festa di primavera,conosciuta in occidente come Capodanno cinese. Il calendario tradizionale cinese è lunare, o meglio lunisolare, i mesi iniziano in concomitanza con ogni plenilunio; di conseguenza la data d&#8217;inizio del primo mese, e dunque del capodanno, può variare di circa 29 giorni, venendo a coincidere con la prima luna piena dell&#8217;anno, evento che può avvenire fra il 21 Gennaio ed il 19 febbraio del nostro calendario (calendario gregoriano). Sembra complicato e diventa così molto semplice&#8230;..ah ah ah ! Volevo scherzosamente dire che possiamo prendere come riferimento il nostro calendario e calcolare la prima luna piena et voilà è fatta,siamo in grado di stabilire quando avrà inizio la festa di primavera o capodanno cinese. Ci spostiamo verso il centro di Tianjin. C&#8217;è gente per le strade, c&#8217;è un movimento da ora di punta in metropolitana. Tutti si riversano all&#8217;interno dei grandi fabbricati che sono disseminati lungo il viale del corso principale.</p>
<p>Seguo la massa per scoprire che il nucleo di ogni fabbricato contiene al suo interno un imprecisato numero di piccoli negozietti che vendono principalmente capi di vestiario. Sono simpatici i commercianti, cercano di attirare l&#8217;attenzione esibendo tutta la loro paccottiglia, ma non trovo nulla di veramente utile. E&#8217; domenica, non ci sono partite da seguire in tele, ne radio che diffondono nell&#8217;etere i risultati di qualsiasi campionato di calcio. Ci resta solo il piacere di un buon pranzo, rigorosamente cinese! Il cibo cinese è veramente buono; ha un sapore diverso da quello che ci viene somministrato nei locali che si trovano in Italia. Tutto a base di pesce sono le portate che ci vengono servite. Siamo seduti in una saletta privata. Siamo in tutto 4 commensali, ma il cibo che viene servito era utile a sfamare i palati di almeno 10 persone. Assaporo varietà di pesci e frutti di mare che non avevo mai visto prima. Il tutto è accompagnato dai tipici noodles e riso fritto. Sono le 15 quando ci alziamo da tavola e sono veramente stremato: ho bisogno di dormire. Fino alle 18 resto cadavere sotto le calde coperte: non ho proprio intenzione di alzarmi e tornare ad affrontare il freddo inverno cinese. Leggo distrattamente sul grande termometro a cristalli liquidi, che campeggia nel cielo di Tianjin, che fuori ci sono appena – 4 gradi. Meglio il caldo tepore del letto. E così tra una doccia calda ed un buon rilassamento muscolare alle 20 sono di nuovo seduto a tavola, insieme ai rappresentanti della società di navigazione a cui appartiene la nave. Due buone notizie mi giungono inaspettate. La prima delle due è che domani 4 febbraio la nave sarà disponibile per l’ispezione, mentre la seconda è che il 5 mattina sarò nuovamente in volo, direzione Yanghzou per dar luogo finalmente all’ispezione della seconda nave. Mangio con una certa voracità i piatti presi al buffet dell’albergo e dopo circa un’ora sono di nuovo a nanna: domani è un altro giorno. E finalmente sono all’opera, a bordo della nave. Inizio i miei controlli che avranno termine alle ore 21. Parlo italiano con un numero di persone superiore a 3! Avrei voluto anche parlare con i cinesi, ma ne io conosco la loro lingua ne loro conoscono l’inglese: un dramma nel dramma. Nota di colore è quella che il responsabile della security della nave è lo stesso che giusto un anno prima avevo incontrato sempre in Cina ma nel porto di Qingdao. Come è strana la vita. E così tra una verifica e l’altra, tra lo shifting della nave che si sposta per motivi commerciali ad un’altra banchina ed il pasto consumato molto velocemente intorno alle 13, scendo da bordo stanco ma soddisfatto della visita e con in mente il nuovo viaggio che tra qualche ora mi vedrà impegnato a raggiungere l’estremo sud della Cina. La sveglia suona alle 04.35 ed appena sceso giù nella hall dell’albergo trovo comodamente seduto su di una poltrona il mio autista che mi porterà all’aeroporto di Tianjin. Il mio dramma personale sta per iniziare… Arrivo in aeroporto con circa due ore di anticipo sull’orario di imbarco. Sono le 05.30 e l’aereo partirà tra non meno di 120 minuti. Sto al caldo, sono in compagnia di un ristretto manipolo di cinesi, che iniziano a consumare la loro colazione. Io invece sono intento a cercare una toilette, che finalmente individuo nell’angolo opposto della sala. Consumo anche io la mia colazione fatta di frutta, mela e banana. Aprono il gate di imbarco e mi avvio verso il corridoio alla cui fine c’è una scala a chiocciola. Scendiamo verso il basso e arrivati sulla pista troviamo una navetta che ci conduce all’aereo. Fa tremendamente freddo in pista. Il vento soffia forte ed il giubbino è l’ultimo baluardo contro il generale inverno. Mi infilo nella carlinga dell’aereo e raggiungo il mio posto. Chiudo gli occhi ed attendo il momento del decollo. Ma il momento non arriva. C’è da dare dell’antigelo all’aereo per evitare che lastre di ghiaccio possano formarsi sulle ali. Ore 08.00 prendiamo la rincorsa, siamo sospesi nel vuoto. Tra un’ora sono a destinazione. Ed invece il destino distribuisce le sue carte in maniera assurda! Non si atterra all’aeroporto di Nianjin: è tutto chiuso causa tormenta di neve! Ed allora dove siamo diretti?<br />
Precipitosamente mi indirizzo verso una hostess, che mastica l’inglese come io capisco di matematica. Chiedo nel modo più semplice possibile quale sia la nostra nuova destinazione e la risposta che ne ottengo è un nome che non capisco! Prendo carta e penna e chiedo di scrivermi il nome della località presso la quale sia indirizzati: He Fei. Ma dov’è He Fei? Io devo andare a Nianjin! Chiedo quanto distano le due località e con mia profonda sorpresa, la hostess mi comunica che ci vuole un giorno di macchina! Un giorno per una differenza di tempo di volo pari a quella che intercorre tra Napoli e Roma. Ma che cosa divide le due città? Forse la catena montuosa dell’Himalaya? Esterrefatto ed alquanto meravigliato provo a scrivere la mia destinazione finale, Yangzhou, forse il tempo di viaggio è minore, ma anche in questo caso mi dice che occorre un giorno di viaggio! Nel frattempo un’altra hostess mi invita a tornare al mio sediolino, tra 10 minuti è previsto l’atterraggio, che avrà luogo alle ore 09.30. Siamo fermi sulla pista e non ci sono notizie sul nostro destino. Il comandante dell’aereo ci comunica che intorno alle 11.00 dovremmo lasciare l’aeroporto di He Fei per tornare a volare verso Nianjin. Nel medesimo istante inizio a messaggiare con le due società di navigazione. Ero distante allo stesso modo da entrambe le mie due ancore di salvezza, ma nessuno faceva niente per tirarmi fuori da questa strana situazione. Da una parte la mia voglia di tornare a casa faceva contrasto con la mia attitudine alla professione, dall’altra mi si chiedeva di trovare un’alternativa che non avevo alcun modo di individuare! Ero solo in un mare di persone che non capivo e che non riuscivano a capirmi. Sono le 11.00 quando la scaletta di sbarco si affianca alla porta di uscita dell’aereo: si scende! Siamo nella sala d’attesa dell’aeroporto e la paura di non uscirne da questa situazione si concretizza sempre più forte. Da un lato l’autista che era a Nianjin ad aspettarmi non aveva voglia di lasciare la sua postazione e dall’altro non si riusciva ad organizzare un’autovettura per venirmi a prendere ad He Fei. Inoltre i miei contatti in Italia stavano ancora dormendo (sono 7 i fusi orari che in questa stagione dell’anno separano l’Italia dalla Cina). Sono letteralmente solo, e devo arrangiarmi. Non ho soldi locali e non intravedo un cambiavalute. Sono le 12.15 quando alzo la stessa per fissare l’enorme orologio posizionato sulla parete di fronte a me e lo stomaco inizia a dare i primi segni di guerra: ha fame e con una mela ed una banana mangiate alle 05.30 anche lui ha ragione! Devo trovare un espediente per metterlo a tacere! Ed ecco che il destino mi viene incontro. Chiamano i passeggeri del volo per Nianjin ed in un inglese alquanto accademico, si capisce che ci sarà una distribuzione di cibo nell’atrio retrostante della sala d’attesa. Una piccola scodella con del riso in bianco, una piccola coscia di pollo e dell’insalata bollita, tutto qui! Ma piuttosto che niente, meglio piuttosto! E così resto impietrito a fissare il tabellone delle partenze, ma del nostro volo non si hanno notizie. Messaggio nuovamente l’agenzia di Nianjin, confermando quello che già avevo comunicato loro qualche ora prima: non si parte per il momento. Quando all’improvviso chiamano il mio volo, indicando anche il cancello di imbarco. Ma invece di andare verso l’aereo, andiamo verso la strada: sto lasciando l’aeroporto! Sono fuori nel freddo cinese e non ho alternative! Cerco disperatamente qualcosa che possa fare al mio caso e vedo nel piazzale antistante l’aeroporto un mare di pullman. Forse qualcuno di questi va a Nianjin. Cerco con lo sguardo un segno del destino e leggo finalmente la parola Nianjin seguita da un mare di ideogrammi cinese. Salgo sull’autobus e chiedo se va Nianjin. La risposta che ne ricevo è un movimento della testa, che si sposta dall’alto verso il basso in senso verticale. Chiedo nuovamente per conferma ed il movimento è sempre lo stesso! Ma c’è un problema, non ho i soldi per acquistare il biglietto e pagare in euro è una idea ma il tentativo di pagare in valuta straniera non è ben gradito. Occorre trovare degli yuan, per l’esattezza 80 yuan, circa 8 euro e non vedo il modo di procurarmeli. Chiedo nell’inglese più semplice di questo mondo a svariate persone di poter fare un cambio di valuta e finalmente trovo una ragazza che mastica l’inglese e con la quale effettuo il baratto. Ho i soldi per il biglietto, salgo sull’autobus acquisto il mio ticket e mi siedo. Attendo solo la messa in moto del motore e la partenza per Nianjin. Sono le 13.30 quando le ruote iniziano a muoversi sull’asfalto. Ancora 3 ore e poi sono a destinazione. Ma non accade proprio così. L’autobus ha come capolinea la stazione dei treni e da lì all’aeroporto occorre ancora un’ora di macchina. Scendo e messaggio all’agente locale, al quale comunico che sono nei pressi della stazione ferroviaria accanto al Mac Donald. Devo aspettare ancora un’ora e poi sarò di nuovo in marcia. Cerco il cartello internazionale della toilette, ma non riesco a trovarlo. Cerco qualcosa per impegnare il tempo, ma il freddo è troppo penetrante ed il mio corpo combatte contro il terribile nemico. Sono le 17.30 quando arriva l’autista ed io gli comunico la necessità di adempiere a dei bisogni fisici. Ecco la toilette ed ecco del cibo! Salgo in macchina ed è lì che consumo il mio panino con patatine e pepsi. Altre 3 ore e sono a destinazione mi dice il driver, ma gli devo credere? Ho imparato una cosa in Cina: il tempo è relativo, dipende tutto dalla interpretazione che gli interlocutori sono portati a dargli. Siamo in avvicinamento a Yangzhou, ma nel mentre ci facciamo un chilometro di autostrada in contromano e per fortuna senza che ci accada nulla. La macchina si ferma nei pressi di un porticciolo, che fossimo arrivati? Niente di tutto questo, si scende e mi imbarco su di un traghetto che mi porterà dall’altra parte dello Yangtze. Una volta giunto sull’altra riva troverò una seconda macchina per portare a termine questa lunga maratona. Dieci minuti per guadare il fiume e sono di nuovo seduto in macchina mentre fuori il vento gelido sposta con violenza i rami degli alberi. Siamo in dirittura di arrivo. Ultimo chilometro, mancano solo 500 metri e poi sono in albergo. Ore 20 del giorno 5 febbraio e sono in viaggio da circa 15 ore per coprire una distanza di 800 chilometri che le avverse condizioni meteorologiche hanno reso interminabili. Check-in in albergo, ascensore che sale al tredicesimo piano, porta della stanza che si apre, rubinetto dell’acqua che riversa nella vasca da bagno del liquido caldo. Sono finalmente a mio agio. Mi rilasso un attimo e poi il telefono della stanza che squilla: è il rappresentante della nave che mi attende per andare a cena. Tra 24 ore sarà di nuovo capodanno per me. Sono al 45 piano del Novotel di Shanghai che guardo i giochi di luce che si disegnano nel cielo. Meno 5, 4, 3, 2, 1: inizia l’anno del Topo. Sono comodamente sdraiato nel mio letto, che è posto di fronte a questa grande finestra. Sotto di me una luce di fuochi pirotecnici ed un sorriso mi invade l’anima… è la prima volta che festeggio due volte lo stesso evento. Tra qualche ora sarò di nuovo in volo verso l’Italia. È il 7 febbraio e sono le 23 qui a Napoli, quando le ruote dell’aereo toccano la pista. Anche questa è fatta: missione compiuta!</p>
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		<title>Raahe 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:52:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ennesimo viaggio, destinazione Raahe, non era per niente preventivato! Sono rientrato solo da alcuni giorni da Istanbul, ed eccomi nuovamente proiettato nei panni del viaggiatore. Tutto quello che ha preceduto la data della partenza ha riguardato solo ed esclusivamente la frenetica attività d&#8217;ufficio. Tutti precettati ed in lista di attesa, la famosa stand-by list! A me è toccata la Finlandia! Aereo alle 06.45 per Monaco di Baviera e poi prosecuzione per Helsinki con last destination Oulu! Ma dove si trova Oulu, per non parlare di Raahe? L&#8217;avventura inizia alle 5 del mattino, con uscita dall&#8217;albergo e quattro passi a piedi fino alla stazione marittima. Monospalla completo di tutta la dotazione, compreso maglione pesante che poi non servirà. E dopo 15 minuti di auto eccoci all&#8217;aeroporto di Capodichino. Ed è qui che ha inizio il rituale, che ci accompagnerà per tutto il viaggio: mangiare! Abbiamo mangiato con una regolarità da neonati. <span id="more-86"></span>Ogni 2 ore abbiamo fatto una poppata; ogni 2 ore del cibo è stato masticato, tritato e sminuzzato dai nostri denti! Siamo stati proprio bravi, abbiamo seguito alla lettera le raccomandazioni dateci da Maurizio, prendersi cura l&#8217;uno dell&#8217;altro, e così è stato, al punto che in aeroporto ad Helsinki 150 grammi di carne ci sono sembrati un povero antipasto! La tratta Napoli &#8211; Monaco non ha riservato particolari sorprese, fatta eccezione per la colazione che ci è stata servita, che ci è sembrata alquanto scarna! Eravamo seduti in business class ed intorno a noi una piacevole solitudine.</p>
<p>Una volta giunti a Monaco, sono le 08.30 ed abbiamo il connection flight per Helsinki alle 09.00, Guido è stato colto dalla sindrome della sigaretta ed immediatamente si è rifugiato nel &#8220;cigarette ghetto&#8221;. Un gabbiotto non più grande di 20 metri quadrati in cui erano stipati tutti i fumatori del mondo! Abbiamo suggerito a Guido di non accendere la sigaretta ma di entrare dentro e fumare a &#8220;scrocco&#8221; per quanto era appestata l&#8217;aria all&#8217;interno della gabbia! Ed alle 09.00 in punto l&#8217;aereo si è staccato dal &#8220;finger&#8221; e ci siamo trovati a fare &#8220;taxi&#8221; sulla pista di Monaco. Abbiamo spostato le lancette dei nostri orologi di un&#8217;ora avanti e comodamente seduti abbiamo atteso che ci venisse servita la seconda colazione! Sono circa due ore e mezza di volo la tratta Monaco &#8211; Helsinki, ed ho impiegato il tempo di volo leggendo riviste inglese, scoprendo ahimè che la Paltrow è affetta dalla sindrome PPD! Ma ci rendiamo conto, una donna come la Paltrow affetta da tale sindrome: una bestemmia per l&#8217;intera umanità! E nel frattempo due hostess tipicamente finniche servivano su vassoi di plastica le portate del menu. Avrei preferito piuttosto la compagnia di una delle due per ingannare il tempo che leggere delle vicende legate alla politica americana, ma tanto è che, piuttosto che niente meglio piuttosto! Come i neonati, finita la poppata e fatto il regolare rigurgito, sono crollato in un leggero sonno in attesa di svegliarmi una volta arrivati sul suolo finlandese. E così dopo 2 ore e mezza di volo, il carrello si apre e le ruote dell&#8217;aereo toccano l&#8217;asfalto dell&#8217;aeroporto di Helsinki. Sono circa le 11.30 e le porte della Finlandia si schiudono ai nostri occhi, ed è subito un belvedere! Nel breve volgere di circa 10 minuti sono letteralmente impazzito nell&#8217;osservare ed ammirare le bellezze locali! Sarà stata la novità o anche i tratti somatici delle donne lapponi, ma credo di essere stato &#8220;catturato&#8221; svariate volte dal viso e dallo sguardo di tali dee! Per non parlare della ragazza incontrata nel ristorante dell&#8217;aeroporto: una donna sconvolgente, una donna che mi ha lasciato senza fiato! E siamo solo all&#8217;inizio! Per fortuna che l&#8217;attesa ad Helsinki è stata di solo 3 ore altrimenti correvo il rischio di sentirmi veramente male! Si sono sprecati i commenti sulle qualità e sulle doti delle donne finniche, ma era la prima volta e siamo pienamente scusati! Alle 15.30 sono in fila per imbarcarmi sul volo diretto ad Oulu ed assisto ad una curiosa scena. Quelli che si accingono a prendere l&#8217;aereo non sono in possesso di alcuna carta di imbarco! Si tratta di aereo &#8220;free seat&#8221;. Ma la cosa ancora più strana è che alla semplice esibizione di un documento di identità, vengono fatti accomodare nel corridoio che porta all’aereo. Saranno tutti muniti di abbonamento, ho pensato, nel preciso istante in cui ogni singolo passeggero varcava la soglia della porta di imbarco. Ma il mio pensiero però non trovava alcun riscontro nell’oggettività dei fatti: io ero in possesso della carta di imbarco ed anche i miei compagni di ventura lo erano ugualmente! Forse il popolo finnico viaggia gratis sui voli interni? Interrogativo che si è svelato solamente nel viaggio di rientro in Italia? In attesa che tutti i passeggeri imbarcassero, noi persone educate, ci siamo messi in fila consapevoli che così facendo saremmo imbarcati per ultimi, riservando a noi stessi come posti a sedere quelli posti sulla coda dell’aereo.</p>
<p>In questo caso siamo stati artefici del nostro successo e non abbiamo lasciato al fato la possibilità di scegliere per noi chi dovesse essere il nostro vicino, inteso come posto a sedere! E così, anche in questo ultimo tratto di viaggio, ci siamo seduti e nel giro di 10 minuti dal decollo c’è stato servito l’ultimo pasto del viaggio, in modo da non rompere la catena che aveva avuto origine 10 ore prima a Napoli. Abbiamo rispettato le disposizioni di Maurizio: mangiare, mangiare, mangiare! Alle ore 17.05 ore locali di Oulu (in Italia erano le 16.05 per la differenza di fuso orario) l’aereo effettuava il suo “landing” ponendo fine ai nostri spostamenti via aria. Adesso occorreva solo ritirare i bagagli, cercare il nostro driver e fare rotta per Raahe. Le operazioni di ritiro bagagli ed incontro con il nostro autista hanno richiesto non più di 10 minuti ed in attesa di muoverci verso la metà finale del nostro pellegrinaggio, Guido iniziava a fumare la sua “sacro santa” sigaretta. Dato luogo all’ultimo tiro, ci siamo seduti comodamente nel nostro minivan e ci siamo spostati verso Raahe, che dista circa 75 km dall’aeroporto di Oulu. La distanza che intercorre tra le due città è completamente occupata da una sconfinata ed interminabile distese di alberi di pino. Un paesaggio veramente monotematica e monocromatico. Ai lati della carreggiata resisteva ancora la neve, caduta nei giorni precedenti e comunque fino a domenica. Incredibile: credo di non aver mai visto in vita mia tanti alberi e tanto verde tutto insieme. C’è tanto spazio non occupato dall’uomo, c’è tanto spazio nel quale il contesto umano non ha ancora messo le sue radici, c’è tanto spazio e tanto silenzio intorno a noi. Sembra un paese vuoto la Finlandia, almeno la Finlandia che in questo momento mi trovo di fronte e che sto attraversando. Siamo quasi soli in strada, poche macchine quelle che occupano la carreggiata e quelle che si incontrano dirette nella direzione opposta al nostro senso di marcia. Impieghiamo circa un’ora per raggiungere l’albergo e soltanto dieci minuti per spogliarmi ed essere pronto per la famosa “sauna finlandese”: paese che vai usanze che trovi!</p>
<p>Avevo riposto il costume da bagno nel mio monospalla, in quanto ero già decisamente consapevole della mia volontà: fare la sauna era uno degli obiettivi della spedizione! Munito di costume, ciabattine ed asciugamano ho indirizzato i miei passi verso la stanza della sauna ed è li che con estrema sorpresa ho visto realizzato il detto “paese che vai usanza che trovi”. Erano tutte nude le persone che erano presenti all’interno della sauna. Mi sono sentito un attimo imbarazzato alla vista di quelle persone, non perché erano nude, ma perché io indossavo il costume! E così sono uscito nella sala spogliatoio ed ho tolto la mia foglia di fico per rientrare nuovamente, con la giusta tenuta questa volta. Mi sono sentito inizialmente imbarazzato di fronte a questa nuova realtà del fare la sauna, ma dopo pochi minuti l’imbarazzo è andato via anche grazie al fatto che qualche persona autoctona mi ha dato da parlare ed io non ci ho pensato più. In fin dei conti, se ci si pensa bene, è tutto il corpo che deve sudare, nella sua completa interezza! Altro rituale alquanto strano è che una volta uscito dalla sauna, il popolo finnico ha l’abitudine di rinfrancarsi bevendo birra, anche di una gradazione alquanto sostenuta. Si chiacchiera tranquillamente seduti su appositi divani foderati con del materiale idrorepellente, e che lo dico a fare, anche in questa occasione si rimane vestiti solo della propria pelle! Giuro che non è una leggenda metropolitana! Una volta rinfrancato il proprio corpo, si ritorna nella sauna per altri 5 minuti circa e poi tutti sotto la doccia. Terminato il ciclo ricreativo e tonificante, mi sono diretto in stanza pronto per affrontare la prima serata in terra finnica. E con sommo piacere abbiamo scoperto che in città c’erano solo due ristoranti aperti: le cucine dei ristoranti chiudono alle 22 a Raahe. Abbiamo chiamato un taxi che, prima di portarci al locale che gli avevamo indicato, ha pensato bene di farci visitare il centro storico della città: quattro case in legno ed una statua di bronzo dedicata al fondatore della città. Che botta di vita! Disperati e quasi morti di fame, sono passate quasi 4 ore dall’ultima poppata, abbiamo trovato aperto una pizzeria “Pizzeria Finlandia” (non è pubblicità la mia, ma solo questo locale c’era a disposizione nella zona in cui eravamo). In tutto a tavola eravamo in 8 e credo che tanti turisti tutti in una volta, non siano mai stati in quel locale. Da buoni napoletani abbiamo fatto subito “social life” con la cameriera (assomiglia alla protagonista dei film di Spider Man) che molto gentilmente ha cercato di tradurre dal finlandese all’inglese le diverse tipologie di pizza e di ingredienti che erano riportati sul menù. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto causa incomprensioni linguistiche, siamo riusciti ad accordarci per una pizza prosciutto cotto, formaggio (non esiste la mozzarella) e salame piccante, obbligatoriamente rossa!<br />
La pizza non è niente male, voto 7 considerando la latitudine in cui ci troviamo: 64° 35’ Nord.<br />
Con somma sorpresa abbiamo conosciuto anche la precisa puntualità del popolo finlandese: alle 22 cucina chiusa anche in questa pizzeria e subito dopo rassetto del locale; insomma 10 minuti in più e non avremmo neanche finito di mangiare le patatine! Considerato che la distanza che ci separava dall’albergo non superava i 500 metri, abbiamo optato, una volta fuori dal locale, di tornare a piedi, sfruttando anche i favori della temperatura mite: ci sono 16 gradi e sono le 22.15 del 29 aprile 2008. Più che in Finlandia, mi sembra di stare ancora a casa. Penso anche nel monospalla c’è anche il bel maglione pesante, quello che pesa quasi un chilo! Ma che scherzi che fa il clima!<br />
Una volta tornato in camera, che a ha le stesse sembianze di quelle che vengono utilizzate per le colonie estive, mi catapulto a letto, in attesa del nuovo giorno… mentre fuori la luce del giorno non vuole morire! Sono le quasi le 23 quando definitivamente lascio il regno di noi mortali per entrare in quello di Morfeo, ed il ricordo della luce del tramonto sta ancora entrando dalla finestra. Mi sveglio all’improvviso e vedo che fuori è già giorno, cavoli la sveglia del cellulare non ha suonato e sono ancora in pigiama, ma soprattutto sono in netto ritardo, devo muovermi. Guardo l’orologio e scopro che sono appena le 4.30. Che vita strana quella che si vive qui a Nord! Torno a dormire ed alle 6.45 mi alzo definitivamente dal letto, doccia, colazione e via a bordo della nave: la giornata è lunga! Lunghi ed infiniti sono i controlli da effettuare a bordo. Lunghe le verifiche da fare e lunghi i tempi per approntare il tutto! Ma anche questa volta la sinergia bordo-ispettore porta i suoi frutti ed alle 16.45 la visita è conclusa! Sono questi i momenti in cui capisco che forse non è tutto andato sprecato il tempo che ho dedicato all’apprendimento ed alla voglia di conoscere sempre di più. Piccole soddisfazioni che fanno da contraltare a quelle che invece tardano a venire!<br />
E così dopo un breve riposino ed una ricca sauna (senza imbarazzo questa volta) eccomi pronto a festeggiare la vigilia del 1 maggio in terra straniera. Cambiamo ristorante, anche l’altra è aperto stasera e non sono ancora le 20.00 quando, sfruttando le nostre gambe, decidiamo di muoverci verso il locale dove poter soddisfare la nostra voglia di cibo! Anche in questo locale siamo soli nell’immenso vuoto che c’è! Meglio così: le cameriere servono solo noi e pensano solo a noi!<br />
Finita la cena procediamo nella direzione opposta rispetto a quella fatta poche ore prima ed alle 23.30 sono di nuovo pronto a combattere contro il cuscino, mentre fuori è finalmente notte.<br />
E così il nuovo giorno bussa prepotente alle ante della finestra, invitandomi ad alzarmi. Bisogna nuovamente organizzare il monospalla, riporre tutta la biancheria ed i capi di abbigliamento, recuperare le carte sparse sulla scrivania e prepararsi per il viaggio di ritorno. E finalmente, una volta giunti in aeroporto, si svela ai nostri occhi ed alle nostre menti il mistero del biglietto di imbarco non consegnato ai passeggeri che volano su tratte interne in Finlandia. Si tratta di un sistema alquanto semplice ed allo stesso tempo funzionale. Una volta presentato il documento di identità al check-in, lo stesso viene registrato nel computer dell’operatore che a sua volta condivide l’informazione con quello del personale preposto all’imbarco, ed una volta giunti al cancello di imbarco, basta esibire il documento e digitate le iniziali del proprio cognome sul monitor… il gioco è fatto.<br />
Si torna a casa, ancora pochi minuti e sarò nuovamente nel mio piccolo mondo. Anche questa è fatta e come al solito: ne è valsa la pena!</p>
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		<title>Praga 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:51:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pacco, doppio pacco e contropaccotto…
E sono ritornato a Praga con la voglia di conoscere meglio questa città che conserva all’interno della sua cerchia di mura monumenti e pezzi di storia che pochi altri centri urbani hanno da proporre al turista di turno.
Questa volta non ci sono equivoci, non ci sono resse al banco della Sky [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pacco, doppio pacco e contropaccotto…</p>
<p>E sono ritornato a Praga con la voglia di conoscere meglio questa città che conserva all’interno della sua cerchia di mura monumenti e pezzi di storia che pochi altri centri urbani hanno da proporre al turista di turno.<br />
Questa volta non ci sono equivoci, non ci sono resse al banco della Sky Europe ma solo tante persone in attesa di respirare l’aria dell’Est. Insieme a noi viaggia anche un gruppo misto di ragazze e ragazzi che si tratterranno a Praga solo il tempo di una notte: festeggiano il compleanno di una ragazza che ha deciso di vivere insieme ai suoi amici la notte lungo le rive della Vtlava.<br />
E ci siamo anche noi sull’aereo che alle 16.40 decolla dall’aeroporto di Capodichino. Siamo in 4, ai soliti noti si è aggiunto il mitico ed inossidabile Paolo. Una vera rivelazione!<span id="more-84"></span><br />
Questa volta abbiamo davanti a noi ben 3 giorni pieni per esplorare la capitale della Repubblica Ceca. Stesso albergo, stesso ristorante (almeno per la prima sera) ed organizzazione decisamente migliore, sappiamo già come muoverci ed inoltre preventivamente abbiamo predisposto un transfer dall’aeroporto di Praga al centro della città, in modo tale da arrivare direttamente in albergo senza il pensiero della ricerca del taxi.<br />
Fa caldo a Praga, ci sono 15 gradi ed il cielo è azzurro. Non c’è vento per le strade che sono affollate di turisti che si spostano rapidamente verso la fermata del tram. Saliamo anche noi e dopo circa 15 minuti ci accorgiamo di essere saliti sul tram giusto ma con la direzione di marci a opposta rispetto a quella che doveva essere la nostra meta: il Castello di Praga!<br />
Non ci siamo tutti sul tram, manca il quarto componente rimasto debitamente in camera a rigenerarsi in attesa che il sole tramonti. Scendiamo dal tram e nell’attesa di prendere quello che ci condurrà al Castello, ne approfittiamo per metterci in posa e farci scattare “belle fotografie” da una signora autoctona. Ecco il tram, tutti a bordo direzione centro storico.<br />
Dopo 35 minuti siamo finalmente sulla piccola collina che domina la piccola valle dove riposa la bella Praga. Ed iniziamo a scendere. Dapprima il palazzo del Presidente della Repubblica e poi la chiesa di Loreta sono i due siti che attirano immediatamente la nostra attenzione. Foto di rito, che non mancano mai e poi dritti sparati verso il castello. Nel breve tratto di strada che divide i diversi siti storici, incontriamo diversi uffici di cambio che esibiscono al di fuori dei loro ingressi enormi tabelloni sui quali vengono riportati i diversi rapporti di cambio tra le valute. Sono tutti specchietti per le allodole. Il miglior cambio che riusciremo a spiccare sarà quello fattoci dal bureau di cambio presente alle spalle della Piazza dell’orologio.<br />
E nel frattempo, in attesa di raggiungere l’orologio di Tyn, ci incamminiamo verso l’ingresso del Castello di Praga, presidiato da 2 guardie in grande uniforme che gentilmente si prestano a posare per migliaia di turisti, che quasi come impazziti, anelano una foto che questi 2 energumeni!</p>
<p>Siamo dentro, ed immediatamente siamo investiti dalla Storia e dai suoi monumenti. Di fronte a noi il vasto cortile del castello, contornato da una miriade di finestre e con al centro un pozzo lungo il perimetro del quale corre del ferro lavorato. Si tratta di una rappresentazione floreale. Ci sono due corridoi verso i quali possiamo spingere i nostri passi e come al solito optiamo per quello più vicino!<br />
Siamo al cospetto della chiesa di San Vito. Il frontone della chiesa è destinato ad ospitare scene degli ultimi attimi di vita di Cristo: la sua crocifissione. È un meraviglioso bassorilievo quello contenuto nel frontone e rimango ipnotizzato dalla bellezza dello stesso. Ci proponiamo di entrare e visitare la chiesa ma una fila di circa 150 metri stoppa ogni nostro buon proposito e preferiamo spostarci alle spalle della chiesa per vedere quel che resta dello spazio retrostante.<br />
E cammina cammina lasciamo il castello per giungere ai piedi della Vtlava, senza ancor oltrepassato il famoso Karluv Most. Abbiamo lasciato alle nostre spalle la zona delle ambasciate, tra cui anche quella italiana, e siamo giunti ai piedi di un piccolo chiosco dove un simpatico ragazzo vende dei wurstel di carne di suino che diventano oggetto del desiderio del nuovo amico di ventura.<br />
Il profumo è invitante, la carne è buona ed il condimento non manca, ci offrono anche una fetta di pane nero come accompagnamento. Ma abbiamo fatto male i conti: mancano coltello e forchetta o quanto meno la forchetta: bisogna arrangiarci!<br />
E così tra un morso e l’altro, utilizzando le mani per portare alla bocca il cibo, siamo in procinto di attraversare il famoso ponte. Ci sono molti più turisti rispetto al mese di novembre e considerata la giornata tipicamente primaverile mi sembra anche giusto approfittare dell’amena temperatura. Ci muoviamo rapidamente, abbiamo fame e lo stomaco brontola. Ci spostiamo verso il ristorante che nel corso dell’ultimo weekend dei morti ci ha visti protagonisti. D’obbligo è l’assaggio (se tale si può definire) dello stinco di maiale, e per questa operazione si immola il mio socio e la sua pancia. Io per non essere da meno affondo i miei incisivi in un petto di pollo racchiuso in due fette di formaggio ceco, il tutto racchiuso da una dorata impanatura: evviva il colesterolo!<br />
Dopo circa 6 ore di duro cammino indirizziamo le nostre membra verso l’albergo, senza però prima perderci nella metropolitana. Esistono solo 3 linee e non più di 40 fermate eppure per circa 15 minuti il panico aleggiava su di noi. Saliamo, scendiamo, risaliamo e riscendiamo un’altra volta. Ognuno di noi era convinto di essere in grado di portare gli altri in albergo ed invece ciò che abbiamo ottenuto è stato un altro quarto d’ora di cammino all’interno della “tube” prima di giungere alla soluzione dell’arcano. Dovevamo semplicemente cambiare linea ad una stazione di raccordo!<br />
Siamo fatti così e se ci amate prendeteci per quello che siamo!<br />
La notte di Praga ha steso il suo mantello sulle nostre vite ed ognuno di noi ha intrapreso il suo viaggio.</p>
<p>L’indomani mattina finalmente la squadra era al gran completo e muoverci per Praga diventava sempre più familiare. Ci siamo permessi addirittura delle digressioni podistiche. Per raggiungere le diverse mete turistiche che ci eravamo prefissi di visitare, abbiamo iniziato a girare per il centro della città come delle vere guide. Oramai Praga non ha più nessun segreto per noi, ci siamo detti rincuorandoci, ma l’amara realtà dei fatti si nascondeva dietro l’angolo di una piazza.<br />
Pacco, doppio pacco e contropaccotto, un gruppo di napoletani gabbati da un onesto (per modo di dire) cittadino ceco. Mai farsi tentare dalle tentazioni, soprattutto quelle di carattere monetario.<br />
Racconto la scena a cui abbiamo assistito. Un gruppo di 3 persone, si vedeva lontano un miglio che erano napoletani, si muovevano lentamente per la piazza dell’orologio guardando verso la torre campanaria. Ad un certo punto, un signore di mezza età si è avvicinato al gruppetto ed ha proposto loro di effettuare il più conveniente cambio di valuta che fino a quel momento avevamo sentito. 30 corone ceche per un euro: un vero affare se si considera che il cambio ufficiale era 1:25!<br />
Io ed il mio socio ci siamo interrogati, sentendo tale proposta. Quale poteva essere il motivo che spingeva questo indigeno a cambiare la sua moneta deprezzando la stessa? Insomma non mi sembrava tanto un benefattore! In un primo istante il gruppetto ha tirato avanti per la propria strada, del tutto disinteressato alla proposta. Poi all’improvviso uno dei tre ha fatto dietrofront ed ha rincorso l’improvvisato cambiavalute. Raggiunto il soggetto, hanno brevemente contrattato e dopo qualche secondo il buon napoletano aveva nelle sue mani il denaro pattuito: è stata versata dapprima la moneta locale e poi quella in corso di circolazione negli stati della comunità europea. L’indigeno ha poi invitato lo straniero ha mettere il denaro nelle tasche della giacca piuttosto che in quelle del pantalone, ricordando allo straniero che a Praga è gesto molto frequente quello di rubare i portafogli. La contrattazione si è rapidamente conclusa, una stretta di mani ed ognuno per la sua strada. Immediatamente ho cercato lo sguardo del mio compagno di viaggio: vuoi vedere che abbiamo trovato lo zio d’America? Ed invece pochi passi ed abbiamo scoperto il trucco. Sul volto del ragazzo napoletano è sceso un velo di inquietudine e beffa: quella che aveva ricevuto come controvalore monetario era valuta fuori corso, in poche parole carta straccia! E così chi ha creduto di fare un affare è stato raggirato, e per fortuna che noi non avevamo necessità, altrimenti saremmo caduti nel tranello!</p>
<p>Paese che vai usanza che trovi, anche se quella del pacco oramai è diventata una moda globalizzata! Visita al ghetto ebraico ed alle sue sinagoghe, sosta ad un tipico ristorante nei pressi del quartiere ebreo, dove per la prima volta ho assaggiato il “gulasch”, e poi di filata in albergo, fermandoci un istante ad acquistare un jeans presso uno dei tanti centri commerciali di Praga.<br />
La notte ancora una volta è scesa rapida sulle nostre vite e stavolta oltre ai caldi sapori della cucina ceca, ha portato con se l’acre gusto della disilussione. Non tutto ciò che luccica è oro!<br />
E così anche l’ultimo giorno di permanenza a Praga è arrivato. Stiamo ormai discutendo da circa 4 ore delle bellezze di Praga, cercando di far capire all’ultimo arrivato che non tutto ha una spiegazione e che cercare una risposta può far male più di quanto si possa pensare.<br />
Mancano veramente pochi giorni al grande evento che si riproduce ogni 4 anni. Ancora poche ore è sarà di nuovo il mio compleanno, quello vero!</p>
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		<title>Malta 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:49:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’isola dei cavalieri con la croce ad 8 punte è stata meta del mio ultimo pellegrinaggio lavorativo. Una fatica immane quella che si è resa necessaria per giungere sull’isola! Non credevo che con l’aereo occorressero circa 2 ore 30 minuti per atterrare a Luqa. E come sempre ho detto “comunque ne vale sempre la pena [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’isola dei cavalieri con la croce ad 8 punte è stata meta del mio ultimo pellegrinaggio lavorativo. Una fatica immane quella che si è resa necessaria per giungere sull’isola! Non credevo che con l’aereo occorressero circa 2 ore 30 minuti per atterrare a Luqa. E come sempre ho detto “comunque ne vale sempre la pena affrontare le ore di volo pur di giungere a destinazione”.<br />
L’impatto con il suolo maltese non è stato dei migliori, anche perché lo scalo tecnico all’aeroporto di Reggio Calabria è durato più del previsto… in fondo dovevano sbarcare solo 8 persone e la sosta è durata circa 30 minuti.<br />
Alle ore 21.30, nella piena evoluzione di una bufera di vento, sono atterrato sul suolo maltese e non avendo bagaglio da ritirare, in 5 minuti ho lasciato la sala arrivi e mi sono ritrovato nell’atrio dell’aeroporto senza trovare il “driver” che doveva accompagnarmi all’albergo: iniziamo bene! Ed è lì, in quel momento che l’istinto di sopravvivenza si manifesta in tutta la sua forza.<span id="more-82"></span> Ha luogo un giro di telefonate interminabili (saranno passati 4 minuti dalla prima alla quinta telefonata), che hanno il potere di rendermi un attimo più calmo: l’autista sta arrivando. Ecco che di fronte a me si presenta un omino piccolo e tarchiato ma molto simpatico, che stranamente mi conferma che parlo molto bene l’inglese (mi prende per i fondelli?) e che non sono il tipico italiano che fa lo spaccone, gridando nel cellulare.</p>
<p>Che brutta considerazione che hanno i maltesi di noi nipoti di Virgilio! L’impatto con la strada non è dei migliori, in quanto Malta, essendo stata colonia inglese fino agli anni 60, ha mantenuto la guida automobilistica a destra e vedermi venire di fronte, ma nel senso opposto le autovetture mi rende un attimo preoccupato. Questione di attimi e poi avrò assimilato anche questa abitudine. Lo spostamento dall’aeroporto all’albergo dura non più di 15 minuti e dopo aver fatto il check-in, immediatamente chiedo alla ragazza della reception (bella ragazza mora) dove si trova il ristorante dell’albergo. La risposta che ne ricevo è che alle 22 le cucine dell’albergo chiudono! Per fortuna che in aereo ho mangiato come un neonato: poppate ogni 2 ore e che lo stomaco è quindi ben puntellato! Chiedo allora in quale stanza sia alloggiato il rappresentante della società di navigazione per la quale sono venuto a Malta ed anche in questo caso la risposta che ne ricevo è alquanto strana: non c’è nessuna persona che corrisponda a quel nome alloggiata nel hotel. Strano, molto strano… è tutto uno scherzo??? Mi preoccupo della risposta ricevuta e chiedo alla ragazza, che mi guarda un attimo perplessa, chi abbia prenotato la camera in cui sono alloggiato. Molto garbatamente mi conferma che la stanza è stata prenotata dall’agenzia marittima rappresentane della nave e che le spese di vitto ed alloggio sono state tutte quante saldate. Il mistero si infittisce. Mi viene consegnata la carta di magnetica per l’apertura della porta della mia camera e mi viene indicato l’ascensore. Sono alloggiato al 2 piano e la hall dell’albergo si trova al 6 piano: devo scendere… che strana partenza. Appena arrivato in stanza mi metto in contatto telefonico con il mio referente su Malta il quale mi da conferma che è a Malta ma che è stato sistemato in un altro albergo: almeno non sono solo. Doccia volante e volo a 4 di bastoni sul letto, morbido ed accogliente! Ricca dormita e sveglia alle 07.45, domani si lavora!</p>
<p>Ed eccomi pronto ad andare a bordo della nave; sono le 09.00 in punto quando lascio l’albergo e sono le 09.20 quando metto il piede sulla rampa poppiera della nave. Sono in compagnia del comandante, un simpatico autoctono dell’isola di Procida, e del suo equipaggio. La visita si svolge secondo i canoni stabiliti dal protocollo ISPS e alle 15, minuto più minuto meno, abbiamo finito. I comandanti delle navi sono sempre gentili con me e si mettono sempre a completa disposizione, ma non ho mai capito il perché! Il ritorno a La Valletta è rapido e la mia curiosità di cultura e di storia deve essere subitamente soddisfatta, devo andare al centro storico. Non passo neanche dall’albergo, mi dirigo direttamente all’ingresso della città ed in meno di 2 minuti sono ingoiato dalle orde di turisti che si muovono tra le vie della città. L’obiettivo del mio tour è la co-cattedrale di San Giovanni Battista, chiesa e casa dei cavalieri di Malta. La storia mi aspetta e l’arte mi apre le porte ai suoi tesori. Come si fa a spiegare un capolavoro artistico, se non si hanno davanti agli occhi delle immagini? Beh, se ne avete voglia, alcune foto sono disponibili sul sito: www.myspace.com/entoutoinika.<br />
I capolavori contenuti nella chiesa sono delle bellezze che solo l’occhio può apprezzare, ma i quadri del Caravaggio contenuti nella libreria sono dei veri gioielli e sono rimasto seduto per un po’ di tempo ad ammirare la perfetta realizzazione di insieme che Michelangelo Merisi è riuscito a creare. Ho impiegato 3 ore per girare e gustare le fattezze della co-cattedrale ma ne è valsa la pena…<br />
Stanco ed affamato alle 19 ho raggiunto l’albergo, che poi era a 5 minuti di strada dal cuore della città, doccia rilassante ed alle 20.30 pronto per affrontare la notte maltese. La scoperta delle scoperte è stata quella legata al fatto che Malta è sede di campus per studenti stranieri che vengono per imparare la lingua inglese ad un costo minore rispetto a quello dei campus universitari dell’Inghilterra. Ed il panorama che ho ammirato nell’autobus, preso per raggiungere il lungomare di San Giuliano, è stato veramente dei migliori. Soprattutto studentesse del nord europa era quelle che affollavano il corridoio dell’autobus; alte, bionde e ben fatte!!! E ce ne erano per tutti i gusti.</p>
<p>Il lungomare di San Giuliano non è fatto per single, si addice per coppie collaudate o che sono in fase di collaudo, e per dirla tutta mi sono sentito un attimo a disagio per il vasto numero di coppie che si muovevano lungo i marciapiedi. Per fortuna che il tratto di strada fatto per raggiungere il ristorante non è stato da maratona, diciamo un 400 metri dalla fermata dell’autobus. Per non fare pubblicità occulta, non riporto per equa concorrenza il nome del locale, tanto è ben conservato nella mia memoria e se qualcuno avesse bisogno basta chiedere… Tutto rigorosamente a base di pesce, il tutto accompagnato da un vino rosè frizzantino. Elemento che ad inizio serata non avevo considerato era l’insistenza del fenomeno ventoso ed una volta tramonto il sole, l’effetto fresco si è fatto sentire. Quindi almeno che non faccia proprio caldo, nel mese di maggio la sera è raccomandabile il maglioncino. Il dopo cena invece rimane negli appunti della memoria… posso solo dire che se qualcuno è stato ad Hong Kong può capire il tipo di locali che erano presenti nella zona vip di Malta: in fondo gli inglesi hanno creato le loro colonie con gli stampini… peccato che non era presente il mio socio, altrimenti sai che bella situazione….<br />
Ma anche le belle situazioni finisco per fare spazio alla stanchezza fisica del corpo… in fondo domani mi aspetta ancora una mezza giornata da poter utilizzare per scoprire ancora qualcosa dell’isola dei cavalieri.<br />
La notte scorre veloce tra le lenzuola e la colazione rifocillante riempie il vuoto dello stomaco. Sono fuori e sono di nuovo in giro, direzione quartiere Floriana e bastioni della città. Una città veloce e giovane La Valletta ed i resti dei fasti dell’impero inglese sono pienamente visibili nello stile architettonico che descrive i monumenti presenti in zona. Sono sui bastioni ed i cannoni alle ore 12 in punto sparano la quotidiana salva di saluto. Uno spettacolo nello spettacolo. Il resto della mattinata passa facendo del sano shopping (gli amici non si dimenticano mai) e spendendo un po’ di soldini nell’acquisto di qualche souvenir. Il resto è un breve sonnellino fatto in aereo, che nel viaggio di ritorno impiega solo 1 ora e 10 minuti (non scaliamo Reggio Calabria) da Malta a Roma. Partenza avvenuta in orario e questo ci permette di prendere senza alcun patema il successivo volo per Napoli. Sono a casa, sono di nuovo sul sacro suolo in attesa del prossimo viaggio: Lisbona arrivo!</p>
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		<title>Lisbona 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:48:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E così dopo tante navi e tanti porti, finalmente una trasferta che non prevede alcun tipo di ispezione o verifica ma soltanto un seminario di aggiornamento. Niente certificati da rilasciare o elementi strutturali da sottoporre a controllo: il massimo.
Questa volta niente monospalla ma il buon vecchio trolley mi fa compagnia e soprattutto non raggiungerò Lisbona [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E così dopo tante navi e tanti porti, finalmente una trasferta che non prevede alcun tipo di ispezione o verifica ma soltanto un seminario di aggiornamento. Niente certificati da rilasciare o elementi strutturali da sottoporre a controllo: il massimo.<br />
Questa volta niente monospalla ma il buon vecchio trolley mi fa compagnia e soprattutto non raggiungerò Lisbona da solo, a Roma ci sono altri colleghi con i quali affrontare il viaggio. Ci sono Angelo ed Antonio che mi aspettano all’imbarco: gate numero B 16. Tutto fila liscio come l’olio, nessun impedimento tra noi ed il Portogallo: stiamo arrivando!<br />
Spostate le lancette dell’orologio di un’ora indietro, regolato lo schienale del posto a sedere e pronti per il viaggio. Decolliamo con 15 minuti di ritardo per problemi con l’imbarco dei bagagli. Siamo in volo e sotto di noi la sagoma della Sardegna… che bella sensazione! Sono circa 3 le ore di viaggio, e finalmente alle 16.30 siamo atterrati all’aeroporto di Lisbona: siamo pronti per la grande avventura, mi sento un pò come Vasco da Gama, con la differenza (sottile e marginale) che bastano solo 3 ore per coprire distanze kilometriche!<span id="more-80"></span><br />
Sono alloggiato in un albergo posto nella zona denominata Oriente (quella dell’Expo 1998) e dalla mia stanza domino il lungomare di Lisbona.<br />
Doccia e poi via per le strade della città. È domenica, tutto si muove lentamente, anche la metro che ci porta fin dentro il cuore del vecchio complesso di edifici di stile ottocentesco. La città è silenziosa, poche persone per strada accomunate tutte da una unica passione: vendere occhiali! Non c’è il sole, nuvole spesse coprono il cielo eppure qui tutti vendono occhiali. Sta per uscire il sole e sono tutti “weather man” i portoghesi? Uno di questi si avvicina e mi chiede se voglio acquistare occhiali da sole. Rifiuto educatamente la proposta di acquisto, ma vengo prontamente sollecitato a guardare con attenzione la marca di occhiali. Cosa avrà di speciale questa marca? Guardo con cura i dettagli della montatura e scopro che sotto la lente c’è della “cioccolata” (così chiamano il fumo i portoghesi). Un vero tormento il nostro proseguire per le strade della città. Abbiamo impiegato circa 30 minuti per percorrere Rua Augusta (che va da Piazza del Commercio a Piazza Don Pedro IV) che misura meno di 1 kilometro: peggio delle processioni del venerdì santo.<br />
Alla fine abbiamo escogitato un meccanismo che ci ha permesso di liberarci immediatamente del gruppo di avventori che volevano per forzare migliorare la nostra vista. La risposta più semplice è stata quella di “aver già provveduto alla spesa” e che se non bastava c’era l’aggiunta “per 3 giorni!”.</p>
<p>Insomma trovata la risposta abbiamo riacquistato la nostra libertà fino a giungere a Bairro Alto che può essere definita la “Svizzera del cioccolato portoghese”. Se per le strade del centro storico la lotta era pari, qui siamo stati sopraffatti. Piccoli gruppetti si avvicinavano a noi e nel giro di pochi secondi riuscivano ad enunciare tutte le tipologie di cioccolata, anche quelle che non esistevano o erano state scoperte da poco. Insomma ci siamo ritrovati ad essere avvolti da una marea di fumo.<br />
Per fortuna che nel peggior bar di Lisbona era da poco iniziato il match tra Portogallo ed una squadra vestita di bianco… Dopo alcuni minuti un’avvenente barista (alta non troppo ma con un adeguato assetto stile Rambo) si è seduta accanto a noi e per circa 10 minuti siamo stati noi lo spettacolo! Abbiamo cambiato ordinazione non so quante volte, problemi di lingua ed interpretazione! Alla fine alla “napoletana” maniera siamo riusciti a mangiare e bere. Una limonata ed un sandwich al formaggio per me mentre per i miei due compagni di ventura una bionda tedesca e dei sandwiches al tonno. I gusti sono gusti!<br />
Terminato l’evento sportivo in strada ci attendevano i soliti noti con la solita cioccolata: un tormento infinito. La cosa migliore sarebbe stata quella di avere la maglietta (che il mio socio non mi ha ancora fatto: sto tutt’ coltivato!) e così ci saremmo risparmiati questo eterno sperpetuo!<br />
La conclusione della serata ci ha visti seduti nei pressi di una vecchia caffetteria situata a pochi metri dalla fermata della metro di Baixa Chiado.</p>
<p>Il lunedì mattina come tutte le altre mattine fino a venerdì è stato dedicato alle ore di studio del seminario, che alle 12.30 prevedeva la sacrosanta pausa per il pranzo. E qui il sesto senso di Angelo mi ha condotto alla scoperta della cucina portoghese. Nel centro commerciale posto a circa 200 metri dall’albergo abbiamo consumato pietanze tipiche portoghesi. I pomeriggi lavorativi del seminario avevano termine alle 18 e così tra una doccia ed una chiacchiera siamo sempre giunti al centro con i negozi chiusi, ed abbiamo dovuto aspettare venerdì per vedere finalmente la città invasa dai suoi abitanti. Il lunedì sera è stato dedicato all’ascolto del FADO ed alla sua rappresentazione. Seduti comodamente nel ristorante LUSO abbiamo cenato con il sottofondo (si fa per dire) della classica musica portoghese. Ne è valsa la pena: un capolavoro che richiede almeno di essere accompagnati dalla deliziosa presenza di una donna e per sfortuna mia al momento ne ero sprovvisto!<br />
Ma prima di recarci a cena, ci siamo spostati per le strade che si inerpicano fino al Castello di San Giorgio, da dove si può godere della più piacevole visione dall’alto di Lisbona.<br />
Di notevole bellezza è la Cattedrale di Lisbona: due torri poste a guardia della fede cattolica!<br />
In fondo alla passeggiata, per chi ne ha voglia, c’è la chiesa di Santa Apolonia.<br />
E la musicalità del FADO è stata accompagnata dalla portata nazionale: il baccalà! Una vera delizia quella che ci è stata servita dal ristoratore. Vino bianco e tante piccole prelibatezze hanno rifinito la nostra cena. Troppo giusto per il lavoro ed il sudore speso fino a quel momento nel corso del seminario.<br />
Il fine serata molto tranquillo, finito ad assaporare un Porto ruby, in compagnia del mio amico Angelo che invece si è rifugiato nella classica birra tedesca. Scelte!<br />
Martedì è stato il giorno di Italia – Francia. Doveroso inno nazionale e mano sul cuore. Affianco a me seduto alla mia destra il rappresentante dello sparuto gruppo di ispettori francesi intervenuti al convegno. Italia – Francia non si gioca solo in televisione, ma anche a tavola. Per fortuna che Santo Pirlo calcia alla grande il rigore del 1-0 e che Santo De Rossi, aiutato dal piedino avvelenato di Henry, confeziona il 2-0 e tutti a casa, corsisti compresi! Grande Italia. Per fortuna che l’Olanda non ha fatto il biscotto con la Romania, altrimenti saremmo andati a casa anche vincendo contro i cugini d’oltralpe!<br />
Dopo l’evento sportivo non ci sono stati molti spunti di riflessione che abbiamo condiviso con i francesi, chissà perché!</p>
<p>Il lungomare di Lisbona (zona Expò) merita di essere gustato in tutta la sua lunghezza, una vera favola poter camminare per i giardinetti e le aiuole che si snodano lungo il percorso. E per chi non ce la facesse ci sono tanti piacevoli punti di ristoro che bordeggiano il viale.<br />
Da un’attenta riflessione fatta sui tratti fisici delle donne portoghesi emerge una chiara realtà. In caso di guerra tra donne italiane e donne portoghesi, la vittoria andrebbe decisamente a queste ultime per la tipologia di “armi” non convenzionali di cui sono dotate.<br />
Si parla di “bombe” di ultima generazione, di quelle che non danno scampo e ti tolgono il respiro. Credo che il Portogallo abbia violato il “quarto protocollo”, per intenderci quello che vieta la proliferazione delle armi non convenzionali! Da paura!<br />
Per fortuna che per distrarci siamo andati a vedere la torre di Belem ed il monastero di San Jeronimus. Abbia lasciato spazio alla cultura. Non di sola carne vive l’uomo!<br />
Davanti a noi un magnifico monastero incastonato ai piedi di uno stupendo parco che si spinge fino a quasi toccare il mare. Prima che la terra dia definitivamente spazio al mare ecco il monumento a Vasco da Gama, uno dei più grandi interpreti del 500 per quanto riguarda il modo di intraprendere l’esplorazione. A circa 300 metri dal monumento, guardando sulla destra, c’è la Torre di Belem, ultimo baluardo, ultimo avamposto umano da contrapporre all’Oceano Atlantico.<br />
Emozionante il corso di approfondimento, emozionante la vita serale di Lisbona, emozionante il suo lungomare e l’interminabile passeggiata. Ma come tutte le cose anche questa esperienza volge al suo termine; non è vero che tutto è interminabile! E così tra una risata fatta sulla Rua Augusta e lo shopping sfrenato siamo giunti al termine del percorso. Non mi resta che ripiegare i vestiti e riporli nel trolley che inizia nuovamente a riempirsi. Ancora un po’ di spazio per le magliette acquistate per i soliti amici (più qualche new entry o conferma) e tutto è pronto per tornare a volare. In perfetto orario sulla tabella di marcia atterriamo a Roma e dopo una sosta di circa un’ora pronto nuovamente a decollare. Napoli è avvolta dall’umidità quando si apro le porte di sbarco. Ancora qualche metro e sono finalmente a bordo della navetta che ci porterà fino alla porta dei transiti. L’aria di casa mi invade i polmoni (forse è solo illusione). Ripenso ai 5 giorni di Lisbona ed una nota di malinconia mi pervade: SEI ANZIANO FRA’!<br />
Tutto è normale adesso, tutto torna nei binari del già visto, oppure è solo utopia?<br />
Nel frattempo siamo fuori dagli Europei ed è questa la novità….</p>
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		<title>Genova 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:47:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L&#8217;aggiornamento nella propria attività lavorativa assume una funzione fondamentale, ha un rilievo predominante. Al giorno d&#8217;oggi non possedere l&#8217;adeguato know-how significa rimanere indietro. Bisogna costantemente aggiornarsi e per farlo ci sono due opzioni: l&#8217;autodidatta o i corsi di formazione tenuti da esperti di settore. Io ho preferito, o meglio hanno preferito per me, la seconda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;aggiornamento nella propria attività lavorativa assume una funzione fondamentale, ha un rilievo predominante. Al giorno d&#8217;oggi non possedere l&#8217;adeguato know-how significa rimanere indietro. Bisogna costantemente aggiornarsi e per farlo ci sono due opzioni: l&#8217;autodidatta o i corsi di formazione tenuti da esperti di settore. Io ho preferito, o meglio hanno preferito per me, la seconda opportunità. In un messaggio originato dai miei superiori, dal contenuto scarno e privo di vacue ed inutili informazioni, e pervenuto alla mia attenzione nella tarda mattinata del 30 giugno scorso, mi si invitava a partecipare al seminario sulle navi cisterna, meglio conosciute con il nome di petroliere, dal 6 al 11 luglio a Genova. Siamo ancora a giugno, è stato il mio primo pensiero e di tempo ne ho ancora abbastanza per organizzarmi, ma dopo un repentino sguardo al calendario, l&#8217;elemento datario mi ha portato improvvisamente con i piedi per terra.<span id="more-78"></span> Mi devo muovere, ho solo 5 giorni per fare tutto, anzi 4, perché sabato gli uffici sono chiusi. Foglio di viaggio, anticipo di missione, sperando di trovare qualche buona anima che curi la mia pratica. Tre giorni dopo, l&#8217;intera pratica è evasa: devo solo salire in macchina e partire. E ci risiamo, la Mach Patrol di nuovo in moto, di nuovo pronta ad affrontare il viaggio. Ne è passato di tempo dall&#8217;ultima trasferta, dall&#8217;ultima sosta in autogrill, dall&#8217;ultimo pieno, dal controllo dell&#8217;olio. Valigie caricate, tutto preso, imposto la rotta e via! Non ci sono molte autovetture per strada ed i chilometri scorrono veloci. Lascio l&#8217;autostrada e mi rifugio sull&#8217;Aurelia. Adoro i piccoli agglomerati di case che si incontrano lungo il percorso, ma apprezzo ancor di più le soste culinarie. Il cibo genuino della locanda, il buon vino servito ad arte dall&#8217;oste e le risate dei commensali sono il giusto premio per la meritata sosta. Questo è il bello del muoversi! Ma bisogna che mi dia una mossa, altrimenti Genova rimane un miraggio, anche se il richiamo delle sirene è forte!</p>
<p>Tremendo è il caldo che avvolge la carrozzeria della macchina; ci sono 35 gradi fuori, mi sembra di essere a Melitah mentre invece il cartello dice Grosseto. E vado avanti nel viaggio. Lascio alle spalle l&#8217;indicazione Toscana ed entro nel territorio ligure. I confini geografici dell&#8217;autostrada! Ultima sosta e poi si tira dritto verso Genova. Non è la prima volta che la Lanterna mi da il benvenuto, ma ogni volta è sempre la stessa scena. Sto per lasciare l&#8217;autostrada, arrivo al casello per pagare il pedaggio, mi incanalo sulla carreggiata direzione porto ed all&#8217;improvviso sullo sfondo si staglia verso l&#8217;alto uno stretto ed affusolato parallelepipedo. Non si rimane indifferenti alla grandezza del faro ed allo stemma impresso sulla faccia del solido che guarda verso la terraferma. Una croce rossa in scudo bianco campeggia in uno spazio definito solo dalle forme della geometria solida.<br />
E guardo in alto, verso lo scudo, sapendo di essere di nuovo nella città di Colombo. Lancio la macchina nel suo ultimo chilometro: discesa verso la stazione marittima, curva a destra, rettilineo, sottopassaggio, semaforo rosso. Leggo il cartello dei 400 metri all&#8217;arrivo; pesto il pedale dell&#8217;acceleratore, ultima rotonda e poi cancello di ingresso. Ritiro le chiavi dell&#8217;alloggio presso il corpo di guardia: stanza numero 73. Chissà per quale assurdo motivo le immagini di un viaggio che più rimangono impresse nella memoria sono quelle degli attimi che precedono l&#8217;arrivo? Questa volta, ancora una volta, la dea bendata mi ha sorriso. Sono alloggiato all&#8217;interno e mi evito il cavalcavia. Inoltre alla finestra c&#8217;è anche la zanzariera, che di questi tempi non fa mai male! Sono ancora una volta a Genova. È diventata una vera abitudine, negli ultimi anni, trascorrere una o due settimane a Santa Limbania nel corso del mese di luglio. E confesso che la cosa mi è molto gradita. Stacco dal lavoro quotidiano, ritrovo vecchi amici, incontro nuovi colleghi e soprattutto mi sveglio non prima delle 07.30! Che bello andare a lavoro e non dover prendere alcun mezzo di locomozione. Che bello dover attraversare la strada e dire sono arrivato! E questo ogni tanto capita anche a me. Sono già dettati i tempi di lavoro e di studio, non si scappa a questo paradigma, a questo assioma che ha reso famoso il 6° Reparto, eppure la sorpresa c&#8217;è!<br />
I primi due giorni invece di conoscere le navi petroliere abbiamo fatto esperienza con il mondo delle saldature e della mano chirurgica di chi lavora in questo settore. Ho fatto conoscenza con tutti i piani di controllo, con tutte le svariate forme di cricche, con le diverse forme di saldatura ed ho avuto il piacere di vedere com&#8217;è fatto un &#8220;cianfrino&#8221;. A questo si è aggiunto il mondo delle verifiche di saldatura e delle varie prove a cui viene sottoposto un insieme di pezzi saldati. Ora se permettete, oltre al riconoscimento della specializzazione in navi petroliere, terrei anche a ricevere almeno il primo livello di saldatore! Per fortuna che una volta terminati i periodi di studio c&#8217;era il momento più atteso della giornata: l&#8217;happy hour! Ma prima di arrivare al traguardo dell&#8217;aperitivo c&#8217;era da confrontarsi con il Sanitrit ed i suoi misteri! Perché se il mio vicino di stanza decide di andare al bagno, deve saperlo l’intero comprensorio? Il sistema “Sanitrit” è concepito in maniera tale che una volta azionato il pulsante dello sciacquone del water, la pompa elettrica che lo alimenta svolga per intero la sua funzione di risciacquo e che contemporanea la funzione elettrica, come per magia, venga a propagarsi per tutti gli altri “Sanitrit” installati nelle stanze del Miglio Verde.<br />
Non sono molti i momenti che ho dovuto forzatamente trascorrere nel mio piccolo alloggio, e ringrazio gli amici di Genova, i compaesani trapiantati, che hanno reso piacevole la mia sosta. Tonino, Isaac, Raffaele, Vincenzo e tutti quelli che ho dimenticato come al solito. Ogni volta che ho varcato la soglia d’ingresso dei vostri uffici mi sono sentito nel mio piccolo mondo fatto di dialetto e cadenza napoletana, di risate schiette e della gigantografia di Maradona appesa al muro.</p>
<p>In fondo alla sala ci sono monitor che rigettano immagini di navi in entrata nei porti diversi stati del mondo. Ora l’immagine che si vede è tutta nera, il colore della notte spezzato dal verde e dal rosso dei fanali di navigazione, ed un secondo dopo il bianco del giorno campeggia vivo sui grandi maxi schermi. Ed in un secondo si vedono, nella quasi assoluta contemporaneità i due opposti più famosi, ci manca solo l’eccezione dell’eclisse solare. Piccola masnada, ultimo avamposto di napoletani espatriati per lavoro, siete stati unici, avete reso ogni momento speciale, specie quello dell’aperitivo. Per non parlare poi della sosta serale per il lieto consumare della cena, sulla quale ritornerò più avanti.<br />
Le ragazze del bar, gli stuzzichini, i cocktail analcolici, le birre fredde e tutto il “belvedere” che ha allietato il nostro prima serata. E grazie a voi che ho visto scorrere più velocemente il tempo sul quadrante dell’orologio ed è anche grazie a voi che mi sono sentito più a casa.<br />
Ma come ogni avventura che si rispetta, anche questa di Genova presenta il suo lato paradossale.<br />
Non conosco precisamente il numero di locali che effettuano ristorazione nell’area genovese, ma quello che è successo ha dell’incredibile. Mi domando, si può su 4 serate mangiare per ben 3 volte allo stesso locale? Non faccio pubblicità al locale, si mangia veramente bene e se volete ulteriori dettagli il modo di contattarmi lo conoscete, ma grazie alla ripetizione dell’evento della scelta dove andare a mangiare, ho potuto degustare tutte le tipologie di arrosti di carne e tutte le salse con cui rendere il sapore più vicino ai desideri del proprio palato. Non mi era mai capitato di mangiare così frequentemente nello stesso ristorante e non me ne pento! Io ed il mio inseparabile amico Angelo ci siamo sentiti quasi presi in giro da come il fato ha distribuito le carte, forse aveva solo quella carta il mazziere e quindi non aveva altra scelta oppure non siamo stati bravi a sapere rivolgere la mano verso la parte opposta ed estrarre un’altra opzione. A quanti di voi è capitata la stessa cosa? Sono curioso di saperlo!<br />
E così tra un bicchiere di birra ed un boccone di carne ho vissuto le serate all’insegna del divertimento che si è concluso con visita guidata all’imbarcazione “yacht da 38 metri” dell’armatore. Un gioiello di gusto e raffinatezza. Un vero sogno per me povero mortale!<br />
Ed il sogno è continuato fino a venerdì, quando alle ore 14 si è chiuso ufficialmente il corso di formazione. Uno ad uno abbiamo lasciato l’aula che ci ha visti protagonisti di una serie di conferenze, l’aula nella quale abbiamo trascorso pomeriggi di calore e di torpore fisico, l’aula dove ognuno di noi, forse, è riuscito a chiarire almeno uno dei suoi dubbi legati al mondo delle “oil tanker”. Non ci vengono consegnati gli attestati di partecipazione al corso di specializzazione, l’ammiraglio non è presente in sede, ma la stretta di mano del nostro insegnante ed i sorrisi degli altri corsisti valgono molto più di qualsiasi attestato: quel gesto non ha valore, nessuno mi potrà togliere l’abbraccio di Angelo ed il sorriso sincero di Emanuele. IMMENSI.</p>
<p>Ed eccomi qui a caricare le valige in macchina; non mi occorre molto tempo per sgomberare la camera e lasciarla libera per il prossimo corsista. Un ciclo si è chiuso, ed un altro sta per iniziare. Un altro corsista a settembre occuperà il mio spazio ed un’altra stagione formativa avrà inizio, ma nel frattempo mi godo le vacanze: sole, mare e svago.<br />
Il motore è acceso, innesto la retromarcia e sono fuori dal parcheggio, le marce scorrono rapide: prima, seconda, terza e poi semaforo rosso. Cavalcavia da superare, curva a destra e rettilineo di accesso all’autostrada. È molto più breve il percorso per immettersi in autostrada. Avrei potuto scegliere di viaggiare verso nord ed invece mi ritrovo a viaggiare verso Livorno con l’autoradio che canta canzoni degli anni ’90 e con la spia del diesel che mi ricorda che senza carburante non si va da nessuna parte. Anche io ho bisogno di fare benzina e decido di fermarmi in terre straniere, si fa per dire… Viale sterrato, un piccolo casolare adibito a deposito per attrezzi per il giardinaggio sulla sinistra ed in fondo la casa di campagna. Ancora un ultimo sforzo!</p>
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		<title>Estate 2008</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:46:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[3250….
Sembra che siano passati pochi giorni da quando ho riposto gli abiti da lavoro nel guardaroba ed invece, dopo 4 settimane passate a gironzolare per l’Italia (centro-sud), sono di nuovo seduto alla mia scrivania, eppure sembra ieri.
Era ieri che mi sedevo comodamente stringendo tra le mani il volante dell’automobile, pronto a raggiungere la piovosa Toscana. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>3250….<br />
Sembra che siano passati pochi giorni da quando ho riposto gli abiti da lavoro nel guardaroba ed invece, dopo 4 settimane passate a gironzolare per l’Italia (centro-sud), sono di nuovo seduto alla mia scrivania, eppure sembra ieri.<br />
Era ieri che mi sedevo comodamente stringendo tra le mani il volante dell’automobile, pronto a raggiungere la piovosa Toscana. Ed era ancora ieri che mi immergevo nelle acque cristalline della baia di Gallipoli o di Santa Maria Leuca. E sembrano trascorse poche ore da quando, comodamente seduto sulle rive del lago di Cingoli, aspettavo l’arrivo della pioggia. Eppure il tempo è passato così lentamente, così inesorabilmente che sono di nuovo qui.<br />
Sempre più spesso mi capita di assistere, come spettatore pagante, a miracoli che con costante ripetitività si realizzano. Ma attenzione, non si tratta di guarigioni o di cechi che tornano a vedere, di sordi che sentono finalmente il suono del clacson delle autovetture o di zoppi che attendono il momento di attraversare le strisce pedonali. <span id="more-76"></span>Si tratta di squarci di vita quotidiana, di sorrisi e nervosismo che si fondo nella vita di tutti i giorni.<br />
Sono partito ieri alla volta della Toscana e mi ritrovo oggi nella terra delle sirena a guardare fuori dalla finestra un paesaggio stile autunnale con un cielo carico di nuvole che attendono con estrema calma l’attimo fuggente per poter scaricare al suolo tutto il loro contenuto.</p>
<p>E nel frattempo, mi domando come sono passate le ore che hanno diviso il giorno dalla notte in attesa che il nuovo giorno arrivasse?<br />
Sono passate nella mia mente ma non sul mio polso. Ho accuratamente evitato di allacciare il cinturino dell’orologio, facendo in tal modo di essere libero dalla misura del tempo. In fondo basta guardare in alto ed osservare la posizione del Sole. Se è alto allora si può ancora restare fuori, se invece è all’orizzonte bisogna rincasare o quantomeno vestirsi in maniera più coperta.<br />
Le ore che si frappongo tra il sonno e la partenza sono quelle più lunghe da vivere: sono nel letto che torturo le lenzuola e faccio martire il cuscino. Sono in un letto che non è il mio. Sono solo al terzo piano di questo stabile che ancora vive la quiete della notte. Guardo fuori e le luci artificiali rendono tutto di colore giallo. È ancora presto per alzarsi ma troppo tardi per prendere di nuovo sonno.<br />
E rimango in questo limbo artificiale, in questo stato vegetativo nel quale non voglio assolutamente pensare di cosa ne sarà di questa mia estate.<br />
Tanti proclami e molte promesse, ma so anche che molte delle parole sentite e pronunciate non avranno un seguito. E quindi da buon ottimista ho organizzato il tutto pensando a me e solamente a me. Mi darai dell’egoista, del bastardo, dell’egocentrico, ma che ci vuoi fare, piuttosto che niente meglio piuttosto!<br />
E sono partito con una borsa dello sport carica di panni e di lenzuola maltrattate, con un costume da mare ed un telo da spiaggia, con 4 magliette, qualche slip e tanta voglia di staccare.<br />
Staccare la spina, spegnere la mente e godermi il resto. Questo ho fatto nelle prime ore della giornata. Ho aspettato l’arrivo di una macchina, ho guardato le galline che si impadronivano del cortile, gli uccellini che rubavano briciole dal prato, e le nuvole che buttavano acqua sulla terra brulla. E quanta acqua che è venuta giù. Un vero muro, un muro in movimento quello che ho visto dalla finestra. E poi come capita in questi casi, mi sono ritrovato con una casa completamente allagata, con un secchio per raccogliere acqua ed uno straccio per asciugare.<br />
Che bella giornata che si è presentata ai miei occhi e pensare che sono trascorse solo poche ore.<br />
E come Cenerentola, maniche di camicia rimboccate, stracci dappertutto con l’acqua che è padrona di tutto lo spazio.<br />
È difficile arginare il mare, figuriamoci l’acqua. Ma quelli che abitano ai piani alti hanno, dopo qualche attimo, chiuso i rubinetti e tutto è tornato come prima, o quasi: mi restava solo da raccogliere l’acqua dal pavimento.<br />
A termine dell’operazione “Exodus” (mi auguro che tutti voi conosciate la storia di Mosè) sono stato arruolato per la missione “Nothing is impossible”. Una missione ardua e temeraria che ha messo a repentaglio tutto il mio apparato gastro-digerente. La sfida della sagra della bistecca nella valle del Chianti ha richiesto una particolare dote famelica. Affrontare bistecche da 1,2 kg, non è cosa semplice! Bisogna essere pazienti e saper cogliere l’attimo di debolezza del proprio stomaco. Non si possono ingerire proteine animali con troppa disinvoltura, si rischia di restare stesi per giorni a guardare dal proprio letto il soffitto della stanza.</p>
<p>In un mare di carne ed in un’aria invasa dal profumo che si spargeva dalle graticole, ho dato fondo a tutta la mia esperienza ed anche questa volta sono riuscito a portare a termine l’impresa.<br />
Si può dire di tutto, si possono escogitare tutti gli stratagemmi possibili ed immaginabili, ma resta un dato di fatto: la carne di mucca chianina cucinata in terra di Toscana ha un sapore che non può essere ripetuto in nessuna parte del mondo. Non conosco l’arcano, forse la legna che usano i maestri della griglia, forse il tipo di cottura, o forse solo l’aria che si respira, rendono l’incontro tra il palato e la carne una vera poesia. Provare per credere!<br />
Ed è stato sotto mezzogiorno che il sole ha iniziato a scottare veramente. Eppure non mi ero accorto dei chilometri percorsi; non mi ero accorto del cambiamento del clima e del paesaggio che da collinare diventava pianeggiante fino all’inverosimile. Scompaiono le montagne, si annullano le colline per dar spazio al mare. Eccomi di nuovo a contatto con il mio mondo, fatto di vento e di spruzzi d’acqua, di navi che vanno e di navi che arrivano.<br />
Acqua azzurra, trasparente e cristallina, grida di bimbi e di castelli di sabbia costruiti laddove l’onda lascia spazio alla terraferma. Ed io sdraiato sul mio lettino ad attendere che il sole corra veloce lungo la sua traiettoria prestabilita. Non ci sono interferenze in spiaggia, non ci sono cellulari che squillano. Ci sono bocce che cadono nei pressi di un pallino sempre più distante e partite di pallone che vedono coinvolte anche persone che non hanno niente a che fare con il gioco del football.<br />
La spiaggia è il luogo dove si fanno amicizie e si stringono relazioni che durano una vita, dove si incontrano persone silenziose che cercano un attimo di pace e persone che invece non vedono l’ora di gridare al mondo “io ci sono”.<br />
Ma la spiaggia è sempre stata la capitale del gelato, delle macedonie di frutta e degli stuzzichini.<br />
Ho perso il conto dei gelati che ho mangiato ma ricordo bene il gusto che è rimasto stampato sulle papille gustative della lingua.<br />
Il vento fresco ha reso meno cocente il sole, portando la mia pelle ad assumere un colorito da carbone bruciato. Ho esagerato col sole ma non è colpa mia se stavo così bene al punto da prendere sonno.</p>
<p>E quando mi sono svegliato mi sono ritrovato coi piedi che lambivano un’acqua che non era più troppo salata e che era confinata in uno spazio ben delimitato: un lago!<br />
Come inganna il tempo e come muta lo spazio che ci sta intorno. Basta un attimo e tutto è cambiato. Un lago…. Era da un anno o qualcosa in meno che non mettevo i piedi in un lago. L’ultima volta era quello del Trasimeno, ora si tratta di quello di Cingoli. Una diga sulla mia sinistra ed un ponte (stile quello che hanno intenzione di costruire tra Reggio Calabria e Messina) a pochi metri dai miei piedi. Sulla mia fronte l’ombra di alberi che costeggiano la riva dell’invaso. Silenzio, niente bambini, niente castelli, niente barche ma pochi pedalò ormeggiati nei pressi di pontili di legno. Qualche sparuto turista seduto ai tavolini del bar che domina il panorama ed io che sempre sdraiato mi godo l’arrivo della pioggia. Possono essere le 17 quando le prime gocce d’acqua iniziano a bagnarmi il viso. Il cielo è nero ed il vento inizia a protestare; alza la voce e scuote i rami degli alberi: è il momento di incamminarsi verso casa.<br />
Non si può vivere solo di gelato e macedonie di frutta, di carne e qualche insalata mista, ho bisogno di pasta o quanto meno di un buon primo piatto. E sul far della sera, quando il colore del cielo diventa arancio ecco che una serie di portate culinarie appaiono ai miei occhi. Tra tutte spicca il colore giallo della polenta. Polenta come se piovesse (basta pioggia, anche adesso che scrivo sta piovendo), di colore giallo e di colore rosso, quest’ultima nasce dall’incontro con il sugo del ragù d’oca.<br />
Ho trascorso gli ultimi minuti di luce solare guardando in alto verso la piccola cittadina di Elcito. Mi ricorda il presepe quel borgo rurale; poche case ma tanto calore. L’unica cosa che non sono riuscito a trovare è stata la grotta! E qui mi soccorre la memoria di stampo “fantozziana” che mi ricorda che…”mi scusi dottore, non si era concordato tra 9 mesi a Betlemme”?<br />
Ecco dove era andata a finire la grotta!<br />
E stanco di questa intensa e lunga giornata sono andato a letto consolandomi con l’idea di aver visto tutto e di aver vissuto una giornata intensa e fruttifera. Tanti amici ho incontrato lungo il viaggio, qualcuno si era perso e qualcun altro invece si era solo nascosto.<br />
Ed in attesa della nuova alba ho riposto le mie stanche membra su di un letto che anche questa volta non è il mio, come non sono miei il soffitto che mi ripara la testa ed i muri che mi circondano durante il sonno notturno. Non faccio i martiri alle lenzuola e non combatto con il cuscino. Sono sfinito e tra qualche ora sarò di nuovo pronto per fare colazione. Non ci sono biscotti integrali e thè verde. Se sono fortunato forse potrò prendere un thè al limone ed una pasta alla crema, segni di un cambiamento che sta realizzandosi, volente o nolente!<br />
Suono della sveglia del cellulare, sguardo rivolto al polso come d’abitudine. Sono le 06.10 ed è lunedì. Salto dal letto come un grillo, forse un sogno, forse solo la sensazione di aver viaggiato. Sono in ritardo sulla tabella di marcia. “Datti una mossa” sono le uniche parole che riesco a dirmi. Non ho fame, sullo stomaco mi sono rimasti i bucatini alla forma mangiati ieri sera. Scappo via, prendo le chiavi della macchina e mi avvio verso il parcheggio. Salgo in macchina, contatto, e sul cruscotto leggo 3250 chilometri percorsi… sogno o son desto?</p>
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