Archivio per la categoria Anno 2007

Charleston 2007

Non c’è sole su Napoli, ci sono solo nuvole nel cielo di Napoli.
C’è vento nel cielo di Napoli. C’è vento nell’aria di Napoli. C’e’ vento nell’aria di Napoli, ci sono pozzanghere d’acqua sulle strade di Napoli. Non piove su Napoli ma stanotte ha piovuto a dovere.
Fa freddo sulla pista di decollo, lo si nota dai baveri delle giacche tirati su e dalla percezione del tremore dei denti di alcuni passeggeri, che rapidamente guadagnano l’accesso all’aeromobile. Siamo circa settanta passeggeri a bordo dell’aereo, ed ognuno di noi ha la sua destinazione: io sono diretto a Charleston, South Carolina. Prima di atterrare sul suolo americano dovrò fare scalo a Monaco. E’ breve la sosta a Monaco, tipo autogrill! Meno di un’ora, e poi di nuovo per un altro decollo. Mi concedo una sosta tecnica alla business lounge della Lufthansa e poi sono decisamente pronto per raggiungere il gate di imbarco: H14. Odio i controlli di security, ed odio soprattutto quelli ridondanti. Mi chiedo, se sono già stato ispezionato (dentro e fuori) nell’aeroporto di partenza e non ho avuto alcun modo di uscire all’esterno di esso, che senso ha ripetere la stessa operazione a Monaco? Prosegui la lettura »

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Cagliari 2007

“Strong gale…”. Con queste desuete parole, desuete in riferimento al periodo dell’anno in cui siamo, il sistema di ricezione dati NAVTEX preannuncia le condizioni del vento nel tratto di mar Tirreno che stiamo per attraversare. Il vento soffia con raffiche che vanno dai 41 ai 47 nodi (tra i 60 ed i 70 km /h) sul mare che divide Napoli da Cagliari.
Ed il vento soffia forte. Si sente il vento che si incunea negli spazi vitali della nave, che cerca in tutti i modi di fare breccia nella corazza di ferro dell’unità. Ma il vento non è solo in questa estenuante attività di sfiancamento dell’avversario. È accompagnato dal furore potente del mare che si scaglia contro l’innocenza disarmata della nave. Non ci sono molte alternative per il comandante della nave, anzi non esiste l’alternativa: deve affrontare i suoi nemici, i suoi quotidiani avversari in quella lotta tra l’uomo e la natura. È una storia lunga quella tra l’intelligenza umana e la furia degli elementi, una storia che ha origine migliaia e migliaia di anni fa. Prosegui la lettura »

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Bremerhaven – Emdem 2007

Sono partito da casa con ancora addosso i postumi della “Pasquetta” Marulanda.
Ai dolori muscolari, quelli dei muscoli della parte inferiore del corpo (per intenderci le gambe), si sono aggiunti anche quelli dovuti ai crampi della fame, patita il giorno prima, a causa delle doti nascoste di Vicap che, mostrando per intero tutta la sua generosità, ha deciso di sfamare dapprima tutti quelli che avevano contribuito alla “scoperta del fuoco” e del suo impiego e di lasciare per ultimi quelli che invece avevano felicemente oziato e criticato. Il risultato che ne è scaturito è stato quello di creare una “macchina da guerra” pronta a sputare fuoco su tutto quello che incontrava. E cosi è stato!
Nervoso come non mai e teso come una corda di violino, alle ore 09.45 mi sono imbarcato sull’unità navale che collega il porto di Sorrento con quello di Napoli, dando luogo immediatamente al cambiamento climatico che di lì a poco si sarebbe spostato sulle coste della Penisola sorrentina. La tempesta si è scatenata nel bel mezzo della navigazione, al centro del golfo di Napoli per l’esattezza. Prosegui la lettura »

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Arguineguin – Gent 2007

Le mamme sono tutte delle sante!
Sono sempre più convinto che esistano persone dotate di un sesto senso superiore alla media. Se tento di spiegare a parole cosa sia il sesto senso, credo che mi perderei nel cercare le parole ed i termini adeguati a rendere il concetto, ed è per questo che provo con dei semplici e banali esempi.
Un esempio vivente di sesto senso sono le mamme, quelle persone, quelle donne che ci conoscono già prima che venissimo alla luce, che sanno meglio di chiunque altro ciò che sta per succedere e che in seguito succederà.
A poche ore dalla partenza per Arguineguin (Gran Canaria) ero tutto intento a preparare il vestiario da riporre nel mio trolley (sempre quello), a verificare se avevo preso tutta la documentazione necessaria per la visita di security, quando sulle note della canzone “Che ne sarà di noi” fa letteralmente irruzione in stanza mia madre, sentenziando di dover aggiungere, assolutamente, al vestiario da viaggio un maglione pesante! Prosegui la lettura »

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Arezzo 2007

L’ultima volta che ho ricevuto tue notizie è stato attraverso la voce di mamma, che ripeteva quasi mnemonicamente la frase nell’apparecchio telefonico, dicendomi di essere un fratello fraterno. Lì per lì non ho inteso il senso delle parole che mamma continuava a scandire, quella perfetta combinazione, costituita da solo due parole non suscitava in me alcun sentimento, nessuna emozione. Perché ero un fratello fraterno?
Cosa si deve fare per essere un fratello fraterno, mi sono chiesto. Mi sono letteralmente tormentato, nelle pause sul lavoro e durante la durata della guardia di giovedì notte, cercando di dare un senso, un significato, a quella frase che avevi lasciato nella mente di mamma e che ora lei, a distanza di giorni, mi riportava così come fa il servo leale e fedele al proprio imperatore.
Ed ho cercato di capire. Nel corso del viaggio di avvicinamento la nebbia si è dissolta e tutto ha iniziato ad avere un senso. Ho ripercorso, nell’arco dei 450 kilometri che ci dividono, la nostra comune esistenza, i pomeriggi trascorsi a giocare insieme, le lunghe notti passate a sognare un domani migliore, a ciò che sarebbe stato di noi.
E piano piano siamo cresciuti, anche se io rispetto a te ho qualche anno in più ed un certo vantaggio. Sei cresciuto velocemente, hai preferito confrontarti da subito con il mondo piuttosto che attendere. L’altro pomeriggio, mentre mi divertivo a rivedere le foto del tempo che fu, ho ritrovato 1 foto in bianco e nero, un pezzo raro, che ti immortala con l’intera squadra di pallamano. Sei lì seduto a terra che stringi tra le tue piccole mani un pallone da gioco. Ora quelle stesse mani stringono ben altri strumenti, strumenti destinati a salvare vite umani. E mentre guardavo quella foto ho iniziato a sorridere, ripensando ai tempi della mia adolescenza e che scandivano la tua crescita. Hai deciso di crescere subito!
Soltanto ora inizio a capire la tua scelta di vita; solo adesso mi è chiaro perché hai scelto di laurearti in medicina e non in ingegneria. Da subito ti sei confrontato con la vita, quella più vera, quella che fa più male. La tua stessa data di nascita è testimonianza della tua volontà di fare qualcosa per salvare la vita umana. Quel 20 novembre di 26 anni fa, rimane una data indelebile nella memoria. Soltanto 72 ore dopo il tuo primo vagito, qualcosa di più forte scosse le coscienze umane e radiò al suolo interi paesi della Campania. Il 23 novembre 1980 sei stato uno di quelli che ha visto la morte in faccia, lì in ospedale dove confluirono i morti che ancora oggi la nostra città ricorda con la lapide deposta a via delle Rose. Hai sentito l’odore della morte, mentre i tuoi occhi ancora socchiusi non avevano ancora la forza di guardare le bruttezze della vita che ti accingevi ad assaporare.
E sono convinto sempre più, oggi a distanza di 26 anni che quell’evento ti ha marchiato. Hai deciso di fare qualcosa per l’umanità, impegnandoti a salvare le vite umane, nel miglior modo possibile che la medicina odierna riesce a concepire.
Sono partito da Napoli con la Mach Patrol carica dell’affetto e dei sapori della nostra terra, con i saluti che ogni volta che vengo a trovarti mi lasciano per te i nostri conoscenti. E più andavo avanti, macinando kilometri, e più la foschia che attanagliava il mio pensiero si dileguava, e tutto diventava un interminabile ricordo. Ho rivisto scene di un passato che poi tanto lontano non è.

La prima volta che siamo andati insieme allo stadio, Roma – Milan finito 0-2 a favore dei rossoneri. Eri lì seduto a guardare la squadra del cuore, in un atteggiamento da tifoso sfegatato. La sfortuna di noi esseri umani è che non possiamo vedere direttamente il nostro volto quando proviamo forti emozioni. Ma io ero lì all’ingresso in campo dei giocatori, e quando lo speaker dello stadio invitò il popolo romano ad alzarsi in piedi per attribuire il doveroso saluto al “Capitano”, beh ho visto sul tuo volto cosa significa essere felici. Nessun’altra persona mi ha mai espresso così bene, senza la necessità di utilizzare parole, per definire il concetto di felicità! Grande…
E sei diventato grande, superando sfide su sfide.
Ed ora che sono a pochi kilometri dall’arrivo, vedo ben chiaro il tuo volto che mi sorride e ripete quelle stesse parole che due giorni prima mi ha aveva detto mamma. “Sei un fratello fraterno”. Adesso tutto aveva un senso: il chiaro significato di quelle parole era il tuo dirmi grazie. Ma sono io a dirti grazie per tutte le volte che abbiamo pariato insieme, per tutte le volte che ce la siamo spassata, proprio come l’altro giorno, quando ci siamo incamminati nella riserva di Levane.
Ma dove volevamo andare? Quale era l’obiettivo del nostro cammino?
L’abbiamo scoperto alla fine, quando non si poteva andare oltre: vedere l’ansa del fiume Arno.
Tutti noi abbiamo una visione idilliaca dell’Arno, legata a Ponte Vecchio a Firenze. Ma l’Arno ha tutto un suo percorso, un proprio andare tortuoso che non è il solito ammirarlo calmo e tranquillo mentre attraversa la splendida città medicea.
No, hai voluto ancora una volta superarti e superarmi, spingendoti ad andare oltre, oltre le solite apparenze ed i luoghi comuni. Siamo andati fino in fondo ed abbiamo visto che esistono tante realtà che sono rappresentative della stessa cosa: l’Arno!
Ed ora siamo seduti in questo ristorante, a non più di 20 metri dal letto del fiume, che scorre silenzioso a valle. Siamo soli nella sala, in un angolo appartato e discutiamo su un acronimo visto per strada. Prendi il palmare e ne cerchi il significato ed una volta trovatolo, come al solito riesci a sorprendermi, affermando, con una semplicità sconvolgente: “come ho fatto a non pensarci prima!”
E così portata dopo portata, bicchiere di vino rosso riempito e poi vuotato, siamo giunti alla fine del pranzo pronti ad affrontare di nuovo insieme il viaggio di rientro, il ritorno al mondo della banalità e dell’apparenza.
Il motore della macchina è stato messo in moto nuovamente e siamo ritornati a casa.
Il resto di questa due giorni rimane un ricordo che non può essere condiviso con nessun altro, che non può essere riportato in nessun blog, in quanto non esistono parole in grado di esprimere l’inesprimibile: è un attimo di eterno che rimane tra me e te, quell’essere “fratello fraterno” che solo adesso ho inteso in tutta la sua potenza!
Ad malora, Valerio

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