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	<title>Associazione Marulandi&#187; Anno 2007</title>
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		<title>Vancouver</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 21:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando il mio Comandante, mi ha detto che sarei dovuto partire per Vancouver, il primo pensiero è stato quello di capire dove effettivamente fosse geograficamente collocata la città. Inizialmente ho creduto e sperato che il sito geografico affacciasse sull’Oceano Atlantico, ma poi una volta posizionatomi davanti alla cartina politica del Canada, ho scoperto che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando il mio Comandante, mi ha detto che sarei dovuto partire per Vancouver, il primo pensiero è stato quello di capire dove effettivamente fosse geograficamente collocata la città. Inizialmente ho creduto e sperato che il sito geografico affacciasse sull’Oceano Atlantico, ma poi una volta posizionatomi davanti alla cartina politica del Canada, ho scoperto che la città affacciava si sull’Oceano, ma era il Pacifico il mare su cui dovevo recarmi.<br />
Preso atto di tale situazione, il successivo pensiero è andato a cosa avrei dovuto mettere nel trolley, in fin dei conti siamo in Febbraio ed in Canada fa freddo. Apro Internet e scopro che invece a Vancouver fa caldo in questo periodo, anche più caldo dell’Italia: ci sono sette gradi al momento della mia partenza da Napoli, avvenuta con un giorno di ritardo perché, arrivati alla biglietteria dell’Aeroporto di Capodichino, scopriamo che i biglietti non erano stati emessi.<span id="more-91"></span><br />
Dopo diciotto ore di volo, 3 scali aerei e tanta tristezza nel cuore, sono atterrato in Canada. Sono le 18.00 ora locale, le 03.00 del mattino in Italia, quando il volo della British Airways, numero 085 tocca il suolo canadese: una vera liberazione!!!<br />
Sono state diciotto ore di volo nelle quali ho avuto un solo pensiero: la mia fidanzata!!! 3 anni di vita nei quali ho lasciato che tutto mi scivolasse addosso, nei quali non sono stato in grado di esserci, nei quali non ho mosso un dito per difenderla, nei quali ho mancato l’appuntamento con gli impegni importanti ed alla fine dei quali mi accorgo che sono ancora innamorato di lei. Non basta, ma colgo attraverso le pagine di questo giornale per farle la mia dichiarazione di amore: io l’amo e che per me resta sempre l’unica donna della mia vita. L’amore non basta da solo, penserà in questo momento Eliana, ma è l’inizio, è il “BIG BEN”.<br />
Dopo 18 ore di volo lo sbarco in Canada è stato molto soft, niente neve, niente freddo e niente donnine canadesi, che peccato! La prima cosa che salta all’occhio del neofita è che a Vancouver c’è tanto spazio, tanto verde, tanta aria, tante distese immense: insomma Vancouver è tanta!!!<br />
Anche la nave su cui mi sono recato per svolgere il mio lavoro era tanta, grossa, pesante, infinita da ispezionare. I momenti da ricordare, legati a questa avventura sono due. La visita al Consolato Generale d’Italia a Vancouver e la cerimonia dell’alza bandiera.<br />
La visita al Consolato, testimoniata dalla foto, è stata emozionante perché in fondo la comunità italiana ti accoglie sempre, ovunque tu vai. C’è un piccolo pezzo d’Italia in ogni stato straniero.<br />
Ma la gioia più grande, il momento dei momenti è stata la cerimonia dell’alza bandiera, di quel tricolore che è sinonimo di unione, fratellanza, patria!<br />
Eravamo a poppa della nave, l’equipaggio della nave, il Console, il suo staff ed io, quando il primo soffio di vento ha spiegato la bandiera e i tricolori dell’unità di Italia, hanno iniziato a muoversi aritmicamente, agitati dal fresco vento canadese. Un altro pezzo d’Italia veniva creato! Per il resto, tutti quanti sapete che Vancouver è la sede dei prossimi giochi invernali che si terranno nel 2010 e che i primi passi per la realizzazione dei giochi sono stati già mossi. Da consigliare, per chi volesse andare in Canada, è il “whale-watching”; un’avventura da sperimentare, io non ho avuto occasione di farlo perché non erano previste balene in transito, siamo nel periodo dell’anno sbagliato. (Quello ideale è Aprile n.d.r.).</p>
<p>Quel che resta nella mente sono i tramonti e le albe canadesi (ho dormito poco per colpa del fuso orario), le grandi mangiate di pesce e carne, la semplicità e la cortesia della gente.<br />
Al rientro in patria, mi sono sentito fiero di essere Marulando, di aver indossato il berretto dell’Associazione anche in Consolato, perché non mi sono sentito solo: avevo con me tutti quanti voi, ed in special modo il Capitano e la mia fidanzata. C’era con me un simbolo, il berretto, quel numero 22 stampigliato sopra era un marchio di fedeltà ed amicizia senza il quale mi sarei sentito uno come tanti, ed invece io sono un MARULANDO!!!</p>
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		<title>Sorrento 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:42:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andare in trasferta è dove di porta il cuore…
Non è facile parlare del sangue e delle sue malattie, dei dolori e delle sofferenze che piccoli bambini si trovano a dover affrontare giornalmente. Ma spesso le parole lasciano spazio alla musica ed ai suoi interpreti, e quello che è successo il 3 dicembre è sicuramente memoria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andare in trasferta è dove di porta il cuore…<br />
Non è facile parlare del sangue e delle sue malattie, dei dolori e delle sofferenze che piccoli bambini si trovano a dover affrontare giornalmente. Ma spesso le parole lasciano spazio alla musica ed ai suoi interpreti, e quello che è successo il 3 dicembre è sicuramente memoria da conservare per noi più fortunati. La musica è diventata lo strumento attraverso il quale ho appreso storie di normale eroismo, storie legate alla semplicità dei gesti, storie che hanno un lieto fine, storie nelle quali non sempre i buoni vincono!<br />
Nella sala Sirene del Hotel “Hilton” di Sorrento, si è compiuto un miracolo, forse atteso da molti ma al quale abbiamo partecipato tutti. Ha avuto luogo, in una sala quasi al limite della capienza, lo spettacolo teatrale di Lucio Dalla, dal titolo “Il contrario di me”.<span id="more-74"></span><br />
Dico la verità, sono andato allo spettacolo del grande musicista italiano, di uno dei più grandi maestri della musica leggera, per il piacere di ascoltarlo, di vederlo cantare, di assaporare il gusto della sua voce, ed invece, mi scusi il maestro per questo mio piccolo peccato, mi sono soffermato ad ascoltare la voce roca e profonda del primario dell’ospedale di Monza, che ha raccontato il piacere di esserci, della gioia di vivere che si sprigiona dai gesti quotidiani dei suoi piccoli malati.<br />
Chissà quante volte nel corso della mia infanzia, delle nostre infanzie trascorse abbiamo cercato con tutte le nostre forze di avere, anche solo per un minuto, la possibilità di stare a contatto con il nostro idolo. Ebbene, questi piccoli amici, che sono molto meno fortunati rispetto a noi, hanno un cuore molto più grande del nostro, e sognano più di noi. Non si accontentano dell’idolo, che è importante, ma che rimane solo per un momento nella nostra esistenza, loro vogliono vivere il quotidiano, vogliono vivere quello che sono e non quello che saranno! Sono state parole profonde e sincere quelle proferite dal primario, che sono andate dritte al cuore, senza prendere curve o scorciatoie.<br />
“Chi vuoi che ti porti per il tuo compleanno? Chi vorresti incontrare, ho chiesto un giorno al piccolo Luca, e lui mi ha risposto la Signora Anna! E perché la Signora Anna? E lui mi ha risposto, perché racconta sempre delle belle storie! La Signora Anna è l’addetta alle pulizie!”<br />
Questi bambini sono per le cose concrete, sono per la vita e spesso la vita non è un sogno! La vita è fatta di tutto ciò che puoi toccare, che puoi respirare, che puoi stringere tra le mani, e spesso bisogna smettere di sognare se si vuole essere felici!<br />
Le più grandi lezioni di vita mi vengono date dalle persone più piccole, più fragili ma non per questo più impavide. Come nel caso di Cristina, una bambina di 10 anni, che ha capito che il più grande dono che Dio le ha fatto è quello di essere coraggiosa, perché la più grande ricompensa che le è stata donata in un mare di dolori è proprio il suo coraggio. “Dio mi ha resa coraggiosa!”<br />
Lo spettacolo teatrale messo in scena dal grande Lucio Dalla, al cospetto di tali parole, è solo una goccia in un oceano di speranza, di gioia di vivere.</p>
<p>Lucio si è direttamente rivolto ad ognuno di noi, guardandoci in faccia, raccontandoci, attraverso momenti di vera e pura recitazione, spaccati della sua vita. È stata una vera e propria recitazione “musicalizzata” con brani scritti da lui stesso e recitati dall’attore Marco Alemanno. Superba prestazione quella espressa da Marco nel recitare il testo della canzone HENNA. Un testo di guerra, un testo di sangue, un testo nel quale emerge il coraggio, il dovere di ribellarsi ad un ordine di morte! Un testo al quale la chitarra di Bruno Mariani ha saputo dare un finale ricco di sonorità penetranti, come i colpi delle bombe lanciate sulle città croate dagli aerei della coalizione che si levavano in volo. È un rumore assordante quello delle bombe che squarciano il cielo e che si infrangono in tutto quello che incontrano.<br />
Quello che si è esibito sul palco del “Hilton” è un Lucio Dalla oramai consapevole delle aspettative del suo pubblico, sempre più esigente e preparato, al quale il cantautore bolognese ha voluto regalare aneddoti della sua vita, non solo di cantante ma anche di comune mortale. Toccante è stato il racconto dei suoi due incontri avvenuti nel corso del tempo con il Papa. Prima Wojtyla e poi Ratzinger. Due lampi di vita in una vita da credente. Ed è in questa esperienza da cristiano che si incastona il testo della canzone INRI; testo nel quale emerge chiaro il concetto che anche il male come il bene è figlio di Dio!</p>
<p>Ma il concerto/spettacolo offerto da Lucio ha anche visto una rivisitazione dei suoi cavalli di battaglia, come “Attenti al lupo” e “Caruso” ai quali ha partecipato attivamente tutto il pubblico presente in sala. La “standing ovation” finale, attribuita al cantante che ha fatto di Sorrento la sua seconda residenza, è solo la ciliegina sulla torta, a coronamento di una serata indimenticabile.<br />
E così, canzone dopo canzone, la serata è scivolata via, perdendomi tra le armonie di Lucio e gli sguardi di due occhi fatti per guardare…</p>
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		<title>Santa Maria Capua Vetere 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:41:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi l’avrebbe detto mai che io, abituato a trasferte di migliaia di chilometri, abituato ad attraversare continenti ed oceani, abituato ad ascoltare nuovi idiomi e lingue, questa volta invece di parlare di terre lontane debba trascrivere le vicende di una trasferta che in linea d’aria non supera i 100 chilometri, senza neppure attraversare i confini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi l’avrebbe detto mai che io, abituato a trasferte di migliaia di chilometri, abituato ad attraversare continenti ed oceani, abituato ad ascoltare nuovi idiomi e lingue, questa volta invece di parlare di terre lontane debba trascrivere le vicende di una trasferta che in linea d’aria non supera i 100 chilometri, senza neppure attraversare i confini geografici della regione Campania: una vera disfatta!<br />
Guardando l’evoluzione della trasferta, devo fare un grosso applauso all’impareggiabile Anna: come hai fatto a sopportare i nostri discorsi da “bar dello sport”? Come hai fatto a non “sbroccare” e dire adesso basta ci sono anche io in macchina? Forse un motivo c’è e si chiama sonno. Incredibile quello che è successo non appena ci siamo seduti nella vettura dell’avvocato e, per una volta tanto non mi riferisco a Vicap, ma al suo socio, l’irreprensibile Gianni.<span id="more-72"></span><br />
Sono stati battuti tutti i record di caduta libera verso le braccia di Morfeo. Il “cefalo” è solo un lontano ricordo, un gesto da apprezzare in quanto amarcord dei tempi trascorsi; Anna invece ha superato ogni più rosea aspettativa e nell’arco temporale di circa 60 secondi è passata da uno stato di piena presenza fisico – mentale a quello di sonno a piene mani. Non ci volevamo credere. I presenti, infervorati dall’onnipresente Vicap, che sciorinava teorie calcistiche sul probabile risultato della partita Roma – Inter (conclusasi per la precisione sul risultato di 1-4 per i nerazzurri), non si sono accorti dello stato in cui versava Anna, che ritornava tra di noi all’altezza del casello autostradale di Caserta Nord, praticamente quando eravamo arrivati a destinazione. La distribuzione dei posti a sedere era quanto mai scontata, e solo Vicap avrebbe potuto accorgersi dello stato in cui Anna aveva trascorso l’ultima ora di viaggio. Aveva dormito tutto il tempo, mentre io, in tutta onesta, osannavo le sue capacità di sopportazione: un’ora a sentire parlare di calcio non è da tutti!<br />
Ed invece Anna aveva dormito, ed anche saporitamente.<br />
E mentre Anna sognava prati verdi ma senza un pallone, Vicap, oramai pienamente sconvolto dalle sorti non troppo favorevoli che il “dio Eupalla” stava riservando alla squadra giallorosa, giungeva addirittura ad argomentare che il risultato di 1-4 a favore della squadra milanese, non fosse il computo delle marcature quanto piuttosto il numero dei calci d’angolo battuti dalle due compagini.<br />
In tanti anni di radiocronache calcistiche non mi era mai capitato di ascoltare il radiocronista ripetere, fino alla noia, il numero dei calci d’angolo battuti nel corso della partita: qualcosa non tornava. E quando Vicap si era oramai capacitato del vero risultato maturato sul campo di gioco dell’Olimpico, nello stesso momento Gianni raggiungeva il casello autostradale di Castellammare di Stabia.<br />
Ne ho fatta di strada negli ultimi anni, ho osservato tanti guidatori, ma c’è sempre la prima volta e gli esami non finiscono mai! Gianni non è sicuramente Schumacher, Senna, Piquet o Villeneuve, ma neanche lontamente, eppure in autostrada ho avuto il piacere di assistere al sorpasso accompagnato da suono di clacson: un colpo da vero campione. La regola fondamentale che ho imparato a mie spese è che non bisogna mai parlare al guidatore, potrebbe distrarsi e perdere il controllo dell’autovettura, e proprio questa volta non mi andava di correre il rischio. E così, tra un colpo di clacson ed un’improvvisa decelerata siamo giunti, spinti da favorevoli venti, al randevouz con la padrona di casa, la madrina dell’evento: l’inossidabile Furestella.<br />
Risparmio per motivi di etica professionale gli altri argomenti che sono stati frutto di osservazioni nel corso del viaggio, anche perché non mi sembra il caso di fare pubblicità senza ricevere un giusto compenso remunerativo.<br />
Furestella è stata la vera sorpresa della serata. Devo dire la verità: non me l’aspettavo!</p>
<p>Non ho mai avuto un diretto colloquio con la padrona di casa, ma fin dall’inizio ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un vulcano di sorprese, e che non ha deluso le aspettative del pubblico. Ha immediatamente dominato il suo uomo, cercando in tutti i modi di strappare il volante al forestiero fidanzato, ma con esito negativo; ha invitato più volte lo stesso a prestare la massima attenzione all’evoluzione del traffico veicolare, cercando di far capire allo stesso il diverso modo di guida che viene insegnato nelle terre “fureste”. Ma il tocco di classe, il tocco del campione, del vero fuoriclasse è stato giocato da Furestella esaltando le doti culinarie del suo “driver”, che è passato dalla cucina “quattro salti in padella” a quella del pesto alla genovese, da quando Eros ha scoccato la sua freccia. Cosa non fa fare l’amore!!!<br />
Siamo così venuti a conoscenza del lato oscuro della Luna, di quella parte nascosta del carattere di Gianni: sei un vero romanticone, anche gli avvocati penalisti hanno un cuore, e che cuore!<br />
Da non credere la descrizione fatta da Furestella, sembrava quasi che stesse spiegando la cucina del miglior ristorante italiano preparata dal numero uno dei fornelli, ed invece si stava parlando di Gianni.<br />
E così dopo aver varcato e superato il confine di non so quali comuni della provincia di Caserta, ci siamo ritrovati nel viale senza uscita del ristorante (non riporto il nome per dovere di par condicio), in attesa che giungessero gli amici di Gianni e Furestella.<br />
Nell’attesa della loro venuta abbiamo conversato piacevolmente del più e del meno, Anna ormai sveglia gestiva al meglio la conversazione, mentre uno spavaldo gruppo di ragazzi del luogo, cercava disperatamente di parcheggiare la propria autovettura, una Mini One, in uno spazio destinato ad accogliere come minimo una SUV. Io e Vicap abbiamo contatto 6 disperati e maldestri tentativi di parcheggio, ed all’ultimo tentativo praticato dall’implume guidatore, la macchina è rimasta praticamente parcheggiata nel mezzo della carreggiata. Un vero asso del volante.</p>
<p>Dopo un’attesa di circa 20 minuti, trascorsi nella fresca aria della sera di Caserta, siamo finalmente stati raggiunti dal resto della compagnia, e così tutti insieme ci siamo accomodati a tavola. La fame è fame, e senza alcun indugio abbiamo ordinato gli antipasti, innaffiando adeguatamente il tutto con del primitivo di Manduria: non male per iniziare. Poi un grave errore tattico e tecnico da parte mia e di Vicap, ha pregiudicato la serata: l’ennesima sigaretta è venuta a coincidere con l’ordinazione dei secondi, rigorosamente a base di carne. Sono stati ordinati dei taglieri di carne da posizionare a centro tavolo e da dividere tra i diversi commensali. Ma ci rendiamo conto che, almeno io sono abituato a mangiare dai 500 ai 750 grammi di carne e che 200 grammi di carne cadauno sono per me solo il preludio della bistecca! Non vaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bene!<br />
Il tempo è praticamente volato e tra una chiacchiera e l’altra, tra un autovelox ed un safety tutor, tra l’indovina quanti anni ho e quanti ne ha la mia fidanzata, ci siamo ritrovati a dover salutare l’allegra brigata. E dopo la discesa dalla macchina di Furestella che tornava a casa come Cenerentola, ci siamo riposizionati in macchina con lo stesso assetto assunto nel corso del tragitto da Piano di Sorrento a Santa Maria Capua Vetere, con la sola differenza che Anna questa volta non era sola, c’ero anche io a farle compagnia: dormivamo entrambi!</p>
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		<title>Rotterdam 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono partito da Napoli con una promessa ed una notizia bomba!
Le vicende delle nostre esistenze su questo piccolo spazio di terra sono alquanto strane e, per alcune circostanze, paradossali. Che questa missione stesse iniziando in modo desueto, l’ho percepito all’arrivo sul posto di lavoro. Troppo calme le acque, troppi silenzi intorno a me. C’erano quasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono partito da Napoli con una promessa ed una notizia bomba!<br />
Le vicende delle nostre esistenze su questo piccolo spazio di terra sono alquanto strane e, per alcune circostanze, paradossali. Che questa missione stesse iniziando in modo desueto, l’ho percepito all’arrivo sul posto di lavoro. Troppo calme le acque, troppi silenzi intorno a me. C’erano quasi tutti i miei colleghi: “il boss” al suo posto, il caffè ci aspettava al bar eppure qualcosa di indefinito e di inusuale aleggiava nell’aria. Ed ecco che l’imponderabile si manifesta a tutta la mia persona, come un pugno dato alla bocca dello stomaco. Le cose non sempre accadono perché noi vogliamo che realmente accadano. A volte capita che discorrendo del più e del meno ci capita di conoscere verità che non appartengono alla nostra sfera di interessi ma alle persone che ruotano intorno al nostro mondo.<br />
E così rimaniamo basiti di fronte a ciò che non vorremmo mai ascoltare, a ciò che non riusciamo a dare una spiegazione.<span id="more-70"></span> Poche parole sono bastate per venire a conoscenza della novità. Ecco di cosa si nutre il mondo attuale: di novità. Spesso la novità è sinonimo di ingerenza nella vita di altri; spesso la novità comporta come conseguenza la necessità di esprimere un giudizio, di essere capaci di poter dare la giusta soluzione o la giusta interpretazione dei fatti, del come sarebbe andata a finire se mi avessero ascoltato.<br />
Ma a volte la vera novità legata ad una notizia bomba è anche quella di serbarla per se. La vera notizia è che questa notizia deve rimanere un segreto fino a quando non saranno i diretti interessati a volerlo rendere noto. Forse è questa la novità, ed io mi limito ad apprenderla come l’alunno che impara le tabelline.<br />
Ma questa missione, nasce anche con lo spirito di una promessa: parlare e ricordarmi di quelle persone che non si scordano mai di me, di quelle persone che nel silenzio di messenger mi chiedono come vanno le cose, di dove sono e di cosa faccio. Lo so che il mio nickname di messenger, quel “entoutoinika@libero.it” è di difficile scrittura, o ancora di più, difficile da ricordare, ed è proprio per questo sforzo, per avermi accettato nella propria esistenza, che sento il bisogno di ringraziarvi. A quelle persone voglio dedicare questa trasferta “marulanda”, a quelle persone che nelle lunghe attese vissute in aeroporto tra un “flight connection” e l’altro mi hanno fatto compagnia, stando a volte a migliaia di chilometri di distanza o semplicemente a pochi chilometri da casa! Sono semplici e silenziose quelle persone, non sono invadenti e non svolgono indagini. Ci sono e ringrazio che ci siano. Sono loro che, quando meno me lo aspetto, rispondono ai miei trilli su msn. È dura la vita in aeroporto, come è dura la vita di tutti i giorni, ma grazie a questi “angeli caduti dal cielo” il peso si sopporta meglio.<br />
Ed è a loro che voglio raccontare…<br />
Come ogni trasferta che si rispetti anche questa è iniziata nel segno delle novità: bisogna accontentare il mio deejay preferito, farlo felice esportando il suo marchio in tutto il mondo, marchio stirato sopra una t-shirt a maniche corte che fa da contrasto con il clima olandese trovato nei 3 giorni di permanenza a Rotterdam: fuori 12 gradi ed io in giro per la città e sul posto di lavoro con questa maglietta indossata: tutti dovevano vedere ed hanno visto! Il risultato è stato inaspettato. In molti mi hanno chiesto della maglietta e del suo significato mentre altri mi hanno manifestato il proprio desiderio di poterla acquistare: da non credere! Lo slogan riportato sulla maglietta recita “MARE FORZA 9”, ed io come un pazzo mi sono recato a bordo di una nave con indosso tale scritta. L’effetto che ho prodotto su tutto l’equipaggio è stato quello dello iettatore, per fortuna che almeno la nave era ormeggiata in porto, altrimenti non sono sicuro che sarei tornato a casa con l’uso delle mie gambe. Ho temuto per la mia incolumità fisica, ma per il mio carissimo deejay faccio quasi tutto, anche essere linciato!<br />
Ma la novità più grossa è rappresentata dal fatto che non ero mai stato sul territorio olandese. Ho girato, ho visto tanti porti e sentiti tanti idiomi, ma la possibilità di ascoltare dal vivo i suoni della lingua parlata da Marco Van Basten mancava all’appello. E così tra un volo e l’altro, tra un tramezzino alla crema di formaggio caprino e carciofi sott’olio ed uno pacchetto di caramelle, sono giunto all’aeroporto internazionale di Schiphol (Amsterdam). Uno dei più grandi aeroporti del continente europeo, così recita la guida, ed è vero! Quello che ho visto merita sicuramente la descrizione, peccato non aver potuto girare un video amatoriale dall’aereo, le norme internazionali di sicurezza lo vietano.</p>
<p>Chi da piccolo non ha corso a tutta velocità verso un ponte mentre al di sopra dello stesso sta passando il treno e, toccando con la mano il muro di sostegno, mentre il treno è proprio sopra la sua testa, esprime un desiderio (di solito a me capitava di chiedere una fidanzata, se possibile la più bella della classe)?<br />
Qui ad Amsterdam invece dei treni, sopra i cavalcavia passano gli aerei! Si gli aerei passeggiano tranquillamente al di sopra del traffico dell’autostrada. Un’immagine inquietante e fantastica allo stesso tempo. Chissà se anche qui nel freddo dell’Olanda, ci sono 12 gradi fuori, i ragazzi esprimono i desideri mentre passa sopra le loro teste un aereo? Chissà.<br />
Fa uno strano effetto pensare che un tale gigante possa muoversi liberamente, non in volo, sulla mia testa e che non succeda niente, che le infrastrutture sono tanto forti da reggere il peso del grande Boeing 777.<br />
E così tra una sigaretta fumata nell’aria fredda di Amsterdam e le varie foto digitali scattate all’esterno dell’aeroporto, abbiamo trovato finalmente il nostro “driver” che molto cavallerescamente si è offerto di accompagnarci, la sera stessa, a visitare le “bellezze” di Rotterdam: ogni mondo è paese!<br />
Il viaggio di trasferimento è stato piacevole e silenzioso, in sottofondo un’emittente radiofonica locale suona “Like a prayer” di Madonna, mentre intorno a me scivolano immagini della campagna olandese. Mulini a vento, sterminate distese d’erba dove riposano mucche e tori, pecore ed agnelli, anatre e cigni, grandi fienili pieni di paglia per l’autunno che bussa alle porte. È il 20 settembre e tra poche ore il nuovo autunno non solo annuncerà il suo arrivo ma insedierà il suo clima, dettando le sue regole, facendo scendere il suo fresco mantello su questa terra ancora ricca di verde.<br />
La notizia ci raggiunge mentre siamo in macchina, mentre Sting sta cantando il ritornello di “Mad about you”. L’ E.T.A. (Extimated Time of Arrival) nave a Rotterdam è stato fissato per le ore 07.00 del giorno 21 settembre, quindi abbiamo una serata completamente libera. E vai!<br />
Non sempre le nostre aspettative vengono deluse, per questo mi piace la vita: chiedere non costa niente e se poi si realizzano i desideri meglio così.<br />
Dopo aver riposto il mio monospalla (inscindibile amico delle ultime trasferte) sulla poltrona della stanza d’albergo, la corsa verso la doccia è stata l’immediata e successiva azione: fantastico. Niente jacuzzi, niente idromassaggio, niente sala benessere, ma Rotterdam ha riservato le sue piacevoli sorprese per la serata che stava appena iniziando.<br />
Il viaggio nella notte di Rotterdam è stato veloce, troppo veloce e troppo presto il tiepido calore della mano del nuovo giorno ha accarezzato il mio volto.</p>
<p>Alle 07.00, puntuale come un carnefice che aspetta la sua vittima, il tassista era appostato come un cecchino fuori all’ingresso dell’albergo, ed io entravo nella sua scatola di ferro per essere traghettato verso il molo 4261 del porto di Rotterdam.<br />
Il paradiso dura un attimo, l’inferno un’eternità!<br />
Le ore successive sono state un vero calvario; un muro invalicabile di difficoltà, di carattere lavorativo, hanno invaso i miei pensieri. Ma per fortuna che sono allenato a tutto ciò, e dopo 13 ore di duro lavoro l’ostetrica ha annunciato che il bambino era nato e che poteva essere certificata la nascita: la nave era a tutti gli effetti conforme alle norme internazionali di Security: che fatica però!<br />
Siamo stati tutti bravi, eccezionali. Dal comandante al mozzo tutti hanno dato il massimo. Come la nazionale di calcio che nel 2006 ha alzato la coppa a Berlino, così su questo lembo di terra italiana abbiamo giocato contro squadre avversarie molto più forti, vincendo il nostro piccolo campionato. Giocare fuori casa, senza supporter, non è facile, ma l’impegno, la fatica e la dedizione, il tutto accompagnato dalle nostre conoscenze ed esperienze sono i soli strumenti che avevamo a disposizione per vincere l’indifferenza delle autorità locali, ed alla fine abbiamo perseguito l’obiettivo. Siamo usciti dal campo di gioco tra gli applausi di una standing ovation.<br />
Ma l’impresa vera, quella da veri marulandi, non si era ancora compiuta.<br />
È sempre facile entrare in una struttura portuale mentre è estremamente difficile uscirne.<br />
Come i castelli medioevali che sono difesi da cinta murarie, fossati e draghi che sputano fuori fiamme di fuoco, allo stesso modo la banchina del porto di Rotterdam era protetta. Le abbiamo provate tutte, abbiamo dato spazio a tutte le nostre fantasie per poter aprire porte e tornelli (stile stadio) al fine di poter riconquistare la nostra libertà. Non abbiamo posto limiti alle nostre azioni. Sono stati digitati codici, abbiamo suonato campanelli, composto numeri di telefono, gridato alla luna la nostra voglia di libertà, con l’unico risultato di spaventare i bellissimi cigni che si erano rifugiati sotto il pontile, cercando riparo per la notte, che oramai aveva disteso il suo scuro manto sopra le nostre teste.<br />
L’unica cosa che ho imparato, in attesa dell’eroe che sarebbe in seguito venuto a salvarci, è che la parola olandese “uitgang” significa uscita, ma non sempre quest’ultima può essere raggiunta.<br />
Siamo come quei pesciolini che si vedono negli acquari: liberi di muoverci in uno spazio estremamente confinato. Voglio uscire, ho fame, ho bisogno di una doccia!<br />
Non abbiamo altra alternativa, dobbiamo tornare a bordo ed aspettare lì l’arrivo del nuovo giorno. Nel mio cervello iniziano a prendere corpo il peso delle aspettative a cui devo rinunciare, non voglio! Ed ecco all’improvviso, mentre eravamo già sulla via del ritorno a bordo della nave, apparire un angelo tutto bianco, il nostro eroe, che venendoci incontro ha sfoderato un sorriso caldo e sincero e che con un tocco magico del suo badge ci ha ridonato la libertà di pensare, di muoverci, di scappare via verso un altro mondo, siamo fuori!<br />
Ed invece colpo di scena. Un’altra prigione uguale alla precedente, ma solo più grande è il nostro spazio di movimento, ci aspetta. Altre recinzioni, altro filo spinato e cancelli ci circondano… ma che gioco è? Intorno a noi solo silenzio ed alte ciminiere che sparano nel cielo fiamme azzurre. Ci risiamo, dobbiamo trovare un modo per tornare nel mondo delle persone libere. E di nuovo a bussare a porte chiuse ricevendo in cambio solo silenzio, a cercare disperatamente numeri utili da contattare, ma niente di niente. Ci deve essere un modo per uscire. Ed infatti c’era il modo per andare via, ed era il più semplice di tutti: girare la maniglia della porta del cancello e respirare l’aria della libertà.<br />
Siamo proprio cotti, siamo sfatti e soprattutto affamati.<br />
La serata scorre veloce, carne argentina e patatine fritte finiscono nelle nostre bocche, sorrisi e risate inondano lo spazio che ci circonda, mentre le foto immortalano i nostri stati d’animo. Come ogni trasferta c’è quello che si può raccontare e che può essere scritto e quello che invece nessuno deve sapere, quello che appartiene solo alla nostra memoria.<br />
Si torna a casa.<br />
Tutto questo è per te, solo per te. Si solo per te, hai letto bene e non dirlo a nessuno, mi raccomando, conservalo nella tua memoria. Spero solo che ci siano meno metafore e più vita raccontata…</p>
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		<title>Praga 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:39:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Ci deve essere un equivoco…” sono state le mie prime ed uniche parole pronunciate subito dopo la fase di decollo dall’aeroporto di Napoli. Destinazione finale del volo Praga.
Durante tutto il corso del 2007 ho preso l’aereo sempre ed esclusivamente per lavoro, mai per piacere o per diletto, mai per vacanza o svago… solo lavoro.
Una cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Ci deve essere un equivoco…” sono state le mie prime ed uniche parole pronunciate subito dopo la fase di decollo dall’aeroporto di Napoli. Destinazione finale del volo Praga.<br />
Durante tutto il corso del 2007 ho preso l’aereo sempre ed esclusivamente per lavoro, mai per piacere o per diletto, mai per vacanza o svago… solo lavoro.</p>
<p>Una cosa è prendere l’aereo alle 7 del mattino ed una cosa invece a mezzogiorno. Noti subito la differenza. Nel primo caso persone con giacca e cravatta, borse piene di computer portatili e documenti, facce stanche di chi sta ancora gustando il tepore del proprio letto, facce stanche di chi guarda fuori e vede ancora il buio della notte che fa spazio ai primi raggi di un sole ancora freddo.<br />
Nel secondo caso invece le facce sono serene, gioviali, non ci sono valigette da viaggio o 24 ore, ma solo zaini, i-pod che suonano a “palla” ed il sole oramai ha già riscaldato adeguatamente lo spazio circostante. Siamo in tanti, in una sala di attesa nella quale non ero mai stato: la B 13. <span id="more-68"></span>Si tratta di sale adibite a quei viaggiatori che hanno destinazione paesi extra-Schengen…verificare schngen. E quindi mi tocca il controllo del documento di identità. Si tratta in questo caso della mia carta d’identità, un documento che sono quasi totalmente disabituato ad utilizzare, in quanto nei miei spostamenti all’estero uso sempre il passaporto. Controllo della carta d’identità eseguito con esito positivo, sono finalmente dentro la sala d’attesa. È ampia la sala d’attesa, è lucente, è pulita, non c’è tutto il viavai che contraddistingue le restanti zone dell’aeroporto di Capodichino. Siamo in una sorte di Limbo in attesa di essere destinati al “paradiso”. Ed anche io sono sulla lista di attesa. E mentre si discute sul chi portare in paradiso e chi invece mandare giù all’inferno, ecco manifestarsi i primi segni di squilibrio mentale, legati al panico da volo.</p>
<p>Signori di una certa età, ma anche ragazzi che da poco hanno conseguito il diploma di scuola media superiore, vengono colti dalla paura del decollo! Immaginate se anche io avessi la stessa paura, forse non avrei visto il mondo che ho visto.<br />
Scene di pura tensione, scene di terrore puro. E qui il grande Dario Argento avrebbe dovuto esserci, potendo attingere liberamente dal comportamento umano per soggetti degni di essere portati alla ribalta delle luci del cinema!<br />
Ho dovuto tranquillizzare un signore di mezza età, dicendogli che in fondo si tratta di un volo di circa due ore su una tratta che non presenta particolari problemi di volo…(piccola riflessione a parte: ma quale tratta presenta problemi di volo?) Il potere delle parole…</p>
<p>Il tempo dell’attesa è compiuto, ed il nostro gate si apre. Controllo documenti per l’ennesima volta, controllo della carta di viaggio, stacco della matrice del biglietto, passi lungo la pista, porte di un autobus che si aprono, corpi stivati in una scatola di ferro, porte che si chiudono, ruote che si muovono sull’asfalto, trenta secondi di movimento, fermata brusca, porte che si aprono nuovamente, persone che si incamminano verso la macchina volante, tutti dentro, cinture allacciate.<br />
“Ci deve essere un equivoco…” sono sull’aereo giusto in compagnia di un mare di napoletani che stanno per invadere la città dell’oro, che hanno come me la stessa destinazione: Praga.<br />
L’aeromobile sta lasciando il suo parcheggio, le ruote si muovono lente sulla pista, siamo soli, davanti a noi solo lo spazio utile per effettuare il decollo, siamo in fase di accelerazione, stacco dal suolo, orecchie che si tappano, il solito vuoto allo stomaco che poi finisce per creare quell’attimo di non equilibrio fisico, si vola verso le nuvole, siamo sopra le nuvole, si vede il sole!</p>
<p>Per fortuna che in aereo ho il sonno pesante, ma prima che tale evento si realizzi, ho assistito a scene di vera NAPOLETANITA’… Alle ore 13.00, puntuale come un colpo di cannone, i veri Napoli-boys hanno aperto i loro zaini ed estratto da questi ultimi dei capolavori alimentari… Tra tutti spiccano il panino con la mortadella e la frittata di “maccaroni”. Il tutto accompagnato da profumi tipici della nostra cucina. È stato un momento di panico assoluto… In pochi secondi l’aereo si è trasformato in un vero e proprio refettorio, con tanto di thermos da caffè, coca – cola a profusione (se fosse mancato il carburante in fase di volo, c’erano scorte di coca – cola che avrebbero permesso di raggiungere almeno la lontana Russia) e biscotti Ringo come se piovesse!<br />
E finalmente il sonno bussò alla mia porta!<br />
È sempre la stessa storia, il mio è un risveglio naturale in aereo, ed è legato a quella fase del volo in cui il pilota decide di iniziare la discesa. C’è quel cambio di altitudine, percettibile a quel piccolo meccanismo fisiologico che si chiama “equilibrio”, quella sorte di congegno che permette il controllo della posizione e del movimento del corpo nello spazio. Sto parlando del labirinto vestibolare che è situato all’interno delle nostre orecchie e che registra tutti i mutamenti di equilibrio statico e dinamico del capo nelle tre direzioni spaziali. Questo delicato sistema funge da sveglia biologica, un po’ come la sveglia posta sul comodino del nostro letto che suona la mattina e ci invita a destarci…Eccomi, sono completamente sveglio a circa 20 minuti da Praga. Guardo fuori dal mio finestrino e vedo una coltre bianca… penso subito alle nuvole ed invece no, si tratta di neve.</p>
<p>Fuori, lì sulla nuda terra, deve fare freddo, ed occorre vestirsi in maniera adeguata, altrimenti il rischio è prendersi un colpo di freddo e passare i giorni di vacanza a letto a Praga.Non sarebbe niente male, se solo ci fosse una bella presenza femminile a farmi compagnia… ma sono discorsi del tutto onirici.Siamo a cento metri dal suolo, cinquanta metri, trenta, dieci, tre, due, uno, siamo atterrati e scatta immediatamente l’applauso, neanche fossimo a teatro. Una vera standing ovation nei riguardi del pilota. Solo due ore scarse di volo, non oso pensare cosa sarebbe successo se il viaggio avesse richiesto 10 o 12 ore di volo, forse sarebbero state raccolte le firme per dar luogo al processo di beatificazione del pilota e dell’intero equipaggio! L’importante è essere a Praga, ed ora quello che occorre subito realizzare è il trasferimento in albergo e mangiare un boccone, sono quasi le 14 e lo stomaco inizia a brontolare.<br />
Trasferimento in albergo, rapido cambio e poi subito fuori a vedere Praga e le sue bellezze. Prima di iniziare a muoversi, occorre fare carburante, quello di carattere alimentare, ed alle 15.30 l’unica mensa ancora aperta è il classico e tipico fast food americano. Non esagero con il carburante, in quanto mi occorre fare solo pochi chilometri, il cosiddetto giro di perlustrazione. Rapido ambientamento nella città, inizio ad avere una certa dimestichezza con la metro, mentre siamo giunti alla fermata di Museum. Scendo e davanti a me Piazza San Venceslao in tutto il suo spazio. Mi sposto rapido, ci sono 0 gradi ed inizia anche a nevicare. Obiettivo ultimo della perlustrazione del territorio resta la piazza dell’Orologio, rapida occhiata, in versione di marcia e dritto in albergo: ho bisogno di un bagno caldo e di recuperare un po’ di fiato.<br />
Per la serata Praga indossa il suo abito migliore, fatto di luci e di colori, palazzi e torri magnificamente vestiti a festa, e gente che si muove verso locali stracolmi di tavoli e sedie, che aspettano solo di essere occupati. Scorre veloce la serata, tra una birra ed un buon filetto di carne al formaggio, dolce e poi fuori a respirare il vento dell’Est, in attesa che il nuovo giorno posi la sua manina sul mio volto, regalandomi una nuova e più intrigante visione di Praga.<br />
E le aspettative non sono assolutamente deluse: direzione Karluv Most, il ponte di Carlo. Il Ponte Carlo ricorda molto quello di Castel Sant&#8217;Angelo a Roma ma è molto più lungo: 500 metri sorretti da 16 piloni. Le numerose statue presenti oggi sono state poste sul ponte in modo progressivo, dalla data di costruzione fino al XVIII secolo e molte di queste sono riproduzioni degli originali conservati nei musei locali.<br />
Tra le statue che sono presenti sul ponte, merita particolare attenzione quella dedicata a San Giovanni Nepumoceno, la prima ad essere installata sul ponte. Stilisticamente è inferiore a molte altre, ma per i praghesi ha un forte significato simbolico. Si trova nel punto dove si ritiene che il santo sia stato gettato nel fiume. Raffigura questa scena e il momento della Confessione della Regina. San Giovanni, infatti, venne gettato nel fiume perchè non volle dire al re Venceslao cosa gli avesse rivelato la regina, sua moglie, durante la confessione.</p>
<p>Altra statua di indubbia bellezza è La Crocifissione. È La terzultima statua sulla sinistra, sono quasi arrivato a Stare Mesto, ed anche essa è posta a ricordo di un altro episodio storico di Praga. Si racconta che l&#8217;iscrizione che potete leggere in basso in ebraico su una targhetta d&#8217;oro (c&#8217;è scritto Santo, Santo, Santo Dio&#8221;) sia stata fatta pagare come punizione ad un ebreo che aveva disprezzato l&#8217;immagine passando davanti alla Croce. Sotto c&#8217;è un&#8217;altra targhetta dove la stessa frase è scritta in ceco, tedesco e latino.</p>
<p>Il fascino esercitato da Ponte Carlo non è solo di stampo architettonico ma anche di stampo leggendario; infatti sono molte le leggende che nel corso dei secoli sono state narrate e continueranno ad essere narrate, vivendo nel ricordo di chi ha attraversato e calpestato la storia!<br />
Si dice che il ponte non crollò mai completamente perché Carlo IV aveva chiesto ad ogni villaggio del regno di inviare un carro di uova il quale albume avrebbe tenuto la malta più saldamente. Aspettate, fino a qui non è leggenda ma realtà; anche per la Cattedrale di San Vito si utilizzarono le uova. La leggenda dice invece che un villaggio d’ingenui, Velvary poco lontano da Praga, aveva mandato un carro di uova sode che servirono solo a sfamare i costruttori… Dopo la morte di San Giovanni Nepomuceno crollarono parecchie volte alcune delle arcate del ponte e non riuscivano a stare in piedi. Quello che si costruiva di giorno, crollava di notte. Un giovane architetto fece un patto con il diavolo che lo avrebbe aiutato a costruire le arcate in cambio dell’anima del primo che avesse attraversato il ponte ultimato. L’architetto, credendo di imbrogliare il diavolo liberò un gallo sul ponte ma il diavolo precedentemente era andato a far visita alla moglie del costruttore dicendole che il marito si era sentito male sul ponte. Quando l’architetto vide la moglie sul ponte capì che il diavolo aveva vinto…<br />
Ma la leggenda che viene sempre narrata da tutte le guide turistiche presenti lungo il selciato del ponte è quella di San Giovanni Nepomuceno. Visse a Praga nella seconda metà del 1300 ed era il prete di corte di Venceslao IV. Fu fatto uccidere per ordine del re in una maniera abbastanza selvaggia: gli fu tagliata la lingua fu chiuso in un sacco di tela e gettato dal Ponte Carlo. Si dice che quando il sacco abbia toccato l’acqua siano apparse le cinque stelle che poi sono diventate il suo attributo. La leggenda dice che fu fatto uccidere perché si era rifiutato di dire al re le confessioni della regina; in realtà stava portando a Praga un Vescovo scomodo all’imperatore quindi il motivo era politico… Sul Ponte Carlo verso il Castello sul lato destro più o meno a metà si trova sul muretto una croce con cinque stelle. Questo è il punto esatto dove San Giovanni fu gettato nel fiume. Si dice che toccando con la mano sinistra la croce e insieme le stelle si possa esprimere un desiderio che si avvererà… Sulla base della sua statua c’è un posto da toccare per tornare a Praga entro un anno e come porta fortuna. Molte altre leggende sono legate a questo santo.</p>
<p>Non sempre nella vita tutto è pronto per essere consumato, e qualche volta bisogna aspettare per ricevere il giusto premio. Sto parlando del famoso Orologio Astronomico di Praga che da secoli è l’attrazione maggiore della città. Verso la fine del quindicesimo secolo il municipio di Praga incaricò un mastro orologiaio di aggiungere alcuni meccanismi e così fare diventare l’orologio il più bello d’Europa. Il maestro riuscì a fare un’opera così unica e preziosa che i consiglieri comunali decisero di accecarlo per evitare che facesse un’opera altrettanto bella in un’altra città. Il maestro morente chiese di poter ascoltare da vicino per l’ultima volta i meccanismi della sua creazione e con il suo assistente si arrampicò fino agli ingranaggi che muovevano l’orologio. Abbassò una leva e l’orologio si fermò. In quel momento Hanuš morì e nessuna fu in grado per molto tempo di far funzionare i meccanismi così anche Praga rimase per molto tempo senza il suo orologio. Ed ho aspettato le 12 in punto del 13 Novembre per vedere funzionare il perfetto meccanismo dell’orologio. Al di là della bellezza estetica, nel preciso momento in cui le due lancette vengono a coprire il numero 12, si aprono due finestre, poste nella torre dell’orologio, dalle quali si affacciano delle figure sacri che danno luogo alla benedizione dei presenti: un vero spettacolo.</p>
<p>Il tempo è tiranno, e spesso mi permette di assaporare i suoi frutti solo in maniera effimera e fugace. Restano le foto (visibili sul sito www.myspace.com/entoutoinika nella sezione foto “La mia Praga”) ed un dolce profumo di neve di una Praga versione tascabile.</p>
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		<title>Port Said 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:37:24 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>È una strana sensazione quella che si prova quando ci si trova di fronte a qualcosa di cui non si capisce il senso. Esistono culture e tradizioni che sono radicate nella storia, che hanno avuto origine nel tempo in cui “c’era una volta…”, di stampo occidentale, mediorientale, asiatico e non da ultimo americano. Di queste, molte le accetto ma non le condivido, mentre altre, come quella araba, rimangono per me un enorme enigma.<br />
La cultura araba esercita su di me un forte ascendente, come il fuoco per la falena mi attira a sé, ed io inerme mi avvicino sempre più ad essa pervenendo lentamente al cuore dei suoi usi e costumi, vedendo le sue tradizioni, acquisendo i suoi ritmi, vivendo i suoi rituali. E tutto questo mi spaventa, mi lascia senza fiato: in una parola mi sconvolge.<br />
Era settembre 2002 l’ultima volta che ero stato in Egitto, una breve apparizione. Un viaggio incredibile quello che affrontammo per raggiungere due rimorchiatori dislocati in un posto dimenticato dagli uomini ed Allah, il cui nome è Abu Rudeis. <span id="more-66"></span>Nel corso di quella breve missione non ho avuto modo di guardare, annusare e meravigliarmi di fronte a questo mondo che adesso mi circonda e che è lo stesso di 5 anni fa. Allora è stata una corsa nel deserto, 400 km. vissuti tra paura e tensione (non sai mai cosa ti può capitare), mentre ora sono tra la gente, sento le loro voci, vivo il loro tempo, vedo e non vedo i loro volti.<br />
Avere a che fare con uno stile di vita nuovo significa essere inserito in una quotidianità normale che assume i connotati dell’incredibile, dell’irreale, dell’incomprensibile. Vedere una donna araba è un’esperienza che ti riempie la testa di un’infinità di domande, ma essere seduto di fronte ad una donna araba di fede islamica, di matrice integralista, ti manda in crisi l’esistenza. Chi di noi, mi inserisco anche io nella lista almeno prima di adesso, ha vissuto il contatto con il burqa? La mia è una domanda seria e non retorica perché la realtà del mistero del burqa mi inquieta.<br />
Non è facile vivere il burqa, non lo è per niente; vivi il mondo esterno mostrando solo i tuoi occhi! Non si percepisce il respiro del burqa, non si vedono le forme della tua fisicità perché il burqa le nasconde. Mangiare il cibo o bere un semplice bicchiere d’acqua indossando “l’abito nero” (qui a Port Said ne ho visti solo di colore nero, mentre la mia interlocutrice mi conferma che ne esiste anche un altro di colore blu conosciuto con il nome di burqa afgano) diventa un’impresa titanica. Ogni volta che hai portato un boccone di cibo alla tua bocca hai guardato attraverso le due “grate” poste all’altezza degli occhi dieci, forse cento, volte tutto intorno a te e con un rapido movimento della mano hai alzato il velo portandolo, accompagnandolo verso la fronte e scoprendo, per una frazione di secondo, quella parte di corpo che deve rimanere nascosta. Poi hai subito nuovamente ricomposto la maschera impenetrabile, chiudendo gli occhi e tirando un respiro di sollievo: ma quanta sofferenza. Il burqa è un sarcofago all’interno del quale hai riposto il tuo corpo; un sarcofago scelto per fede, per religione, per protezione del mondo esterno per non indurlo e non indurti in tentazione, ma anche il modo più semplice per essere riconosciuta come figlia di Maometto.</p>
<p>È stata forte la tentazione di fotografare il burqa ma fin da subito ho rinunciato perché sarebbe come immortalare due amanti che si donano reciprocamente: chi violerebbe mai il sancta sanctorum? Io non ho avuto il coraggio nel rispetto della tua scelta, nel rispetto dell’isolamento silenzioso.<br />
Ma non tutto è silenzio nel mondo egiziano! Avrei voluto godere di dieci minuti di assoluto vuoto, di assoluta esclusione dei rumori e dei suoni nel corso del viaggio di trasferimento in macchina dall’aeroporto del Cairo a Port Said, ma il nostro conducente come tutti i “driver” locali è risultato positivo al test del clacson. Se vi dovesse mai capitare di recarvi in Egitto e di prendere un taxi per i vostri spostamenti portate con voi dei tappi per le orecchie.<br />
L’usanza locale prevede, e credo che sia anche prescritto dal codice della strada egiziano, che ogni qualvolta un pedone o autoveicolo di qualsiasi tipo entri nel vostro orizzonte ottico scatti immediatamente la suonata del clacson. Ora provate a chiudere gli occhi ed immergetevi nella scena. Sono le ore 13.00, siamo nel pieno del movimento veicolare, su di una strada di grande percorrenza (Autostrada Il Cairo – Port Said soggetta anche ad attraversamento pedonale), secondo voi quante migliaia l’autista avrà poggiato la mano sul clacson? Ed inoltre, quante migliaia e migliaia di decibel saranno stati emessi? Boh, io ho perso il conto!<br />
Come ho perso il conto del numero di moschee ci sono nella sola città di Port Said.<br />
L’interno di una moschea non è diverso dall’ambiente di un grande palazzo vuoto. La moschea non è la chiesa cristiana; nella moschea non ci sono dipinti o statue di santi; non ci sono nella moschea candele da accendere in segno di voto o altari presso i quali inginocchiarsi. Nella moschea si entra a piedi nudi e si prega seguendo i dogmi della fede islamica. La fede islamica è una fede semplice perché anche in strada l’arabo credente si ferma a pregare. Infatti, nei diversi angoli della città e non necessariamente nei pressi di una moschea, ho visto distesi tappeti verdi, tutti rivolti obbligatoriamente verso la Mecca, sui quali i fedeli erano intenti a proclamare il proprio credo.</p>
<p>Ed è impressionante, fa quasi paura, sentire l’eco del richiamo del muezzin. Non si riesce a percepire da quale minareto provenga il primo richiamo della sua voce e quali siano quelli che gli vanno dietro. Non è un’unica voce quella che si genera, non è unisona, non è sincronizzata, ma è un movimento di massa quello che si ottiene, generando una vera e propria onda d’urto che investe tutto ciò che si trova per la strada in quel momento. Ed ho visto pregare Dio in ogni dove, persino in un angolo della hall dell’albergo: questa è la forza dell’Islam che la preghiera del singolo si può manifestare ovunque e non è confinata nel perimetro di una chiesa! La sensazione che si riceve osservando la scena è che la fede islamica sia di stampo individuale, che la preghiera sia prerogativa dell’individuo: preghi quando vuoi senza la necessità di dover essere inserito in un contesto comunitario.<br />
L’avventura egiziana non è stata solo preghiera ma anche conoscenza dei luoghi che hanno fatto la storia, recente e del passato. Vedere la storia raccontata nel museo del Cairo, vedere cosa è stato l’antico Egitto, vedere cosa ci è giunto della tradizione millenaria dei faraoni è stata la realizzazione di un sogno che non apparteneva e che non appartiene a me.<br />
Essere un “essere sociale” mi porta ad aver avuto ed avere dei rapporti con tutto ciò che mi circonda, con persone, animali e cose che giorno dopo giorno hanno scritto pagine importanti e non della mia vita. Oggi ho realizzato il sogno di Victoria. Un sogno sognato a metà del 1998.<br />
Non so se Victoria ha realizzato il suo sogno di vedere l’antico Egitto e la sua cultura millenaria, ma io entrando nel museo del Cairo e girando per le grandi sale che ne costituiscono l’ossatura ho reso materiale il suo sogno. Ho fatto mio un suo desiderio! È stata una strana sensazione quella che si è generata in me. Tutto ad un tratto mi sono sentito fuori posto o meglio al posto giusto ma con le persone sbagliate. Di scatto mi sono voltato ed ho cercato, inutilmente, lo sguardo di Victoria per dirle che questo era quello che avevamo visto nei documentari, letto sulle riviste specializzate e sui libri che parlano dell’antico Egitto. “Hai visto il sarcofago del…” è stata la frase che ho pronunciato voltandomi verso la persona che mi stava accanto, ma subito dopo averla proferita mi sono reso conto dello sguardo perso del mio interlocutore, che cercava nei miei occhi un responso, un significato alla mia affermazione. Non aveva senso quella frase; ho capito subito che era un fuori luogo ed ho cercato di spiegare, ma non ho trovato le parole adatte. Mi sono sentito un ladro nel rubare il tuo sogno e realizzarlo! Aggirarmi per le sale del Museo e guardare il contenuto delle teche mi ha per un attimo riportato all’estate del 1998, al suo calore ed al suo mare ed al tuo sogno.<br />
L’aver dato un corpo al tuo sogno mi ha fatto capire che prima o poi il passato può ritornare e che sta solo a noi saperlo vivere degnamente e che fino a quando ci saranno sogni da realizzare quelle persone non moriranno mai.<br />
Tutte le cose hanno un inizio ed una fine, è scontato, ma il Comandante Pisu è stato un vero tormentone… Altro che lavori in corso sul tratto Buonabitacolo – Contursi: non esiste paragone per descrivere la sua puntualità nel descrivere in modo costante e imperituro il mondo delle donne: unico e perenne argomento di discussione. Anche alle 03.30 del mattino di domenica, mentre eravamo a tavola, nel ristorante dell’albergo, continuava imperterrito a descrivere le fattezze e le bellezze delle donne. Ho cercato in ogni modo trovare un valido argomento di conversazione, che facesse da contraltare al suo, ma ogni tentativo è risultato vano…<br />
Il capitolo donne si è concluso con il nostro arrivo a Milano, luogo nel quale le nostre strade si sono divise. Ho tanto atteso quel momento, nel corso dei 3 giorni trascorsi insieme, ma quando si è realizzato ho provato l’amarezza del distacco. Staccarsi dal maestro è sempre un dramma, anche per il miglior allievo!<br />
L’ultima scena della trasferta egiziana la dedico al Canale di Suez, ma alquanto egoisticamente la conservo per me e per tutti quelli che avranno voglia di ascoltarla dal vivo… non esistono parole che sarebbero in grado di renderla degnamente ai lettori, bisogna avere il contatto fisico con il narratore per poter apprezzare in pieno l’emozione!</p>
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		<title>Ploce 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:35:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il mare è un grande registratore. Acquisisce suoni ed immagini e li riproduce attraverso la memoria dei suoi figli: i marinai. In un adagio della marineria francese è riportata la frase &#8220;Prima di me Dio&#8221;, posta ad indicare il valore che viene attribuito alla figura del comandante, inteso come la persona più importante ed autoritaria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mare è un grande registratore. Acquisisce suoni ed immagini e li riproduce attraverso la memoria dei suoi figli: i marinai. In un adagio della marineria francese è riportata la frase &#8220;Prima di me Dio&#8221;, posta ad indicare il valore che viene attribuito alla figura del comandante, inteso come la persona più importante ed autoritaria di una nave. Ed il comandante pensa sempre al benessere dei suoi uomini ed alla salvaguardia della vita degli stessi. Ma a volte, capita di fallire in tale azione, di non assolvere a tale compito, e si finisce per diventare memoria eterna! Si diventa memoria immortale, non icona di culto ma immagine da rispettare. E&#8217; difficile pensare ad un comandante colpito a morte dalla mano di altri uomini che, nel cuore di una notte di luglio di tredici anni fa, irrompono nel sonno di sette padri di famiglia che non rivedranno mai più i loro cari. Il comandante sente le urla dei suoi uomini che sono freddati nelle loro cuccette. <span id="more-64"></span>Il comandante si alza dal letto e corre sul ponte, afferra le apparecchiature radio e grida la sua richiesta di soccorso, d&#8217;aiuto. Non sta affondando, il mare è calmo; non imbarca acqua, le lamiere sono intatte; non ha bisogno di abbandonare la nave, non c’è nessun incendio a bordo. Vuole aiuto, vuole salvare il suo equipaggio dalla peggiore morte: quella per mano di altri uomini. Grida forte il capitano negli apparati radio che sono in plancia, ma nessuno risponde! La sua voce è piena di paura, sente i passi che si avvicinano, le voci dei carnefici sono nitide: si apre la porta che immette sul ponte di comando. Non ha esitazioni il comandante, sa di essere ormai solo. Sente intorno a lui solo silenzio, un silenzio eterno che è sinonimo di pace. E&#8217; fiero il comandante mentre guarda negli occhi i suoi aguzzini. Cerca di capire cosa possano volere gli uomini arabi che sono di fronte a lui, ma la mano umana è più veloce del suo pensiero, e gli rimane solo il tempo di scandire un &#8220;amen&#8221; mentre che un fiotto di sangue venga fuori dalla sua gola!<br />
Non ci sono più pensieri, non può essere tentata più nessuna azione, esiste solo il ricordo adesso. La luce di un mattino caldo e senza vita si posa sul volto del comandante, che fino a pochi istanti prima era celato dal tricolore. Tutto il suo corpo, privo di vitalità, era stato avvolto dalla bandiera italiana, buttata a mo di coperta sulle membra esanime del comandante. Non c’è gloria in quel mattino del 7 luglio 1994 nella baia di Djen Djen. Ma solo tristezza e rabbia. Dopo tredici anni resiste ancora il ricordo, vivo, nella memoria di quanti conoscevano quegli uomini. Faccio mie le parole del comandante della motonave Alida S. Faccio mia la memoria del mare, che in questa notte di fine ottobre torna prepotentemente a galla. Dopo i fatti occorsi alla motonave Lucina, furono aperte diverse inchieste, nessuna delle quali ha fatto giustizia. Qui, seduti intorno al tavolo della saletta ufficiali non si chiede giustizia, non siamo in un’aula di tribunale, non c&#8217;è il giudice. Qui, nel porto di Ploce, si sta dando solamente il giusto tributo a uomini che non ci sono più: il tributo del ricordo!<br />
E di fronte a tale ricordo, il resto è solo contorno. Ma anche il contorno merita di essere gustato. Ed è necessario e doveroso fare alcuni passi indietro per permettere, a te lettore, di apprezzare la solitudine e la pace di Ploce. Non ci sono molte strade a Ploce, c&#8217;è un solo albergo aperto ed un solo ristorante che ci possa dare da mangiare. Ma arrivare a Ploce non è impresa semplice, anzi! La costa sud della Croazia, per intenderci la regione dalmata, non offre autostrade a tre corsie o strade statali, ma l&#8217;intera viabilità si snoda seguendo il naturale percorso costiero. Si è pensato bene di seguire la linea di costa e di modellare su di essa l&#8217;intero percorso automobilistico. Sono circa cento i chilometri che separano la città di Dubrovnik, aeroporto dove siamo atterrati, da quella di Ploce, e per farli tutti abbiamo impiegato circa due ore. Due ore di curve e tornanti ma anche di panorami notturni ricchi di suggestioni, come quelle offerte dal centro storico di Dubrovnik.</p>
<p>Un vero capolavoro! E così, tra un rallentamento ed un&#8217;accelerazione siamo giunti nel deserto silenzioso di Ploce. A Ploce nel periodo autunnale regna il silenzio. In strada, sono solo le 21.30, incontriamo una coppia di giovani ed insegne spente di bar chiusi. Non ci si perde per le strade di Ploce: è un cerchio perfetto il centro della città e tutto intorno è solo vuoto e colline. “Fulin” è il nome dell’unico ristorante presente a Ploce, presso il quale abbiamo cenato a base di pesce fresco, il tutto preceduto da un corposo antipasto di prosciutto dalmato e formaggio di Livno. Tutto veramente buono, e pensare che non gli avevamo dato due centesimi al ristoratore! Due passi a piedi e dopo cinque minuti eravamo tutti a nanna in un albergo completamente vuoto, tutto per noi. Il silenzio è rotto dal frinire delle cicale, ma è solo un attimo, poi il sonno ha preso il sopravvento ed il perdersi nel torpore del letto è il giusto premio. Poi lavoro, lavoro e nientaltro lavoro mi ha accompagnato nel corso della nuova giornata. Un lavoro di team, di gruppo e di professionalità. Il mio compito è far si che non ci sia più una seconda Lucina. Evitare che venga richiesto altro tributo umano, e non sempre tutto questo è semplice. Devo combattere con l&#8217;abitudine, con la prassi e con la ripetitività dei gesti della marineria. Sono gesti che esistono da sempre; sono azioni che hanno origine nella notte dei tempi, ma bisogna vincere l&#8217;abitudine! Sono le 00.30 quando lascio la nave e la sveglia tra cinque ore suonerà di nuovo: destinazione Spalato con il peristilio di Diocleziano da ammirare. E per raggiungere Split, il nome croato di Spalato, sono necessarie altre due ore piene di macchina ed altri 120 chilometri di curve. Fatemi scendere vi prego, mi fanno male le ginocchia! L&#8217;automobile rallenta la sua corsa, il paesaggio muta i suoi lineamenti, il cielo si scurisce e la pioggia lentamente cade giù.</p>
<p>Siamo arrivati a Spalato, ci attende il console e non bisogna far attendere i burocrati. Si apre il portone di ingresso, ci vengono richiesti i documenti, e siamo dentro. Sosta breve e coincisa, non più di trenta minuti, è quella richiesta affinché tutte le pratiche certificative siano adempiute, e siamo finalmente fuori, sotto la pioggia che pazientemente ci accompagna all&#8217;interno del centro storico di Spalato. E&#8217; tutto movimento lungo il peristilio di Diocleziano, gente che vorticosamente occupa lo spazio, ombrelli che si aprono e gambe che si muovono lungo le strade della storia. Vedo intorno a me i resti di un impero, i segni di un tempo remoto, nel quale il popolo latino dominava il mondo. Mi accomodo al tavolo di uno dei tanti bar che si affacciano sul porto, ordino l&#8217;ennesimo tea, saranno quattro quelli bevuti a fine giornata, accompagnato da uno strudel all&#8217;amarena. Ancora qualche attimo di riposo, perso con lo sguardo in un orizzonte color grigio notte, e poi tutto questo svanirà oltre la coltre di nuvole, che sarà tagliata dal naso dell&#8217;aereo che mi riporterà a casa. Trogir, è il nome della località dove è localizzato l&#8217;aeroporto di Spalato, dista 30 chilometri dal peristilio di Diocleziano. Salgo in macchina, stringendomi nel mio giubbino, chiudo gli occhi e per un attimo rivedo la mia infanzia. Prendo la macchina digitale e scatto le ultime fotografie, mentre veloce l&#8217;autista imbocca il cavalcavia di accesso all&#8217;autostrada. Allora esisteva la Jugoslavia, ora esistono tanti stati a seguito della sua disgregazione; allora esisteva Roma ed il suo impero mentre adesso rimane solo il ricordo del tempo che fu. E fatta, sono a casa. Apro la porta delicatamente, mi svesto e mi infilo sotto la doccia. Tutti dormono mentre ripongo i panni della trasferta in lavatrice. Solo un attimo e poi le palpebre escluderanno il senso della vista, ma non ancora, non ancora. Un ricordo si affaccia e si materializza un obiettivo da realizzare: mai più un&#8217;altra Lucina!</p>
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		<title>Mellitah 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:34:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dove eravamo rimasti???
Con queste parole il mitico Enzo Tortora riprendeva la trasmissione “Portobello” dopo i 4 anni di sospensione dovuti ad un errore giudiziario…
Anche io, come Enzo Tortora, ho vissuto la sensazione della “prigione” ma, a differenza del noto presentatore, la mia era dorata. Ma andiamo per gradi e diamo chiarezza cronologica all’evento.
Quando si parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dove eravamo rimasti???<br />
Con queste parole il mitico Enzo Tortora riprendeva la trasmissione “Portobello” dopo i 4 anni di sospensione dovuti ad un errore giudiziario…<br />
Anche io, come Enzo Tortora, ho vissuto la sensazione della “prigione” ma, a differenza del noto presentatore, la mia era dorata. Ma andiamo per gradi e diamo chiarezza cronologica all’evento.<br />
Quando si parla di Libia, siamo tutti accomunati a pensarla come la terra da dove partono i barconi della speranza con direzione Sicilia; a pensarla come quel lembo di deserto dal quale persone disperate cercano la libertà lontano, guardando un orizzonte fatto solo di insidie e null’altro!<br />
Beh, a me è capitato di fare il viaggio, ma all’inverso: dall’Italia alla Libia.<br />
Obiettivo della missione era un supply-vessel… Ma esattamente cosa è un supply-vessel?<span id="more-62"></span><br />
Per quelli che lo sanno, mi scuso per le parole destinate alla descrizione, mentre per quelli che non masticano la materia e sono dei veri neofiti allora cercherò di essere quanto più chiaro e lineare…<br />
Un supply-vessel è un’unità di assistenza ad un’altra nave, di solito molto più grande, la quale viene sottoposta a rimorchio, (tecnicamente si dice tiro) al fine di poter rimanere in una condizione di punto fisso. Ora la nave rimane nel punto determinato grazie alle forze di tiro prodotte dalla propria ancora nonché dal tiro prodotto dal supply-vessel. Le forze del tiro e del supply-vessel sono in posizione opposta. Si genera in tal modo un sistema di forze vettoriali che tendono ad annullarsi… (si dice così ingegneri?)<br />
A me è toccato andare sul supply-vessel, mentre avrei preferito di gran lunga la nave…<br />
Quando mi è stata assegnata la visita, correva il mese di Giugno (periodo compreso tra il 5 ed il 10 del mese), e da prassi mi sono precipitato a leggere il luogo in cui era dislocata l’unità: nel leggere il nome geografico mi è venuto un vero “coccolone”: MELLITAH.<br />
Ora avete idea di dove sia Mellitah? Stiamo parlando della Libia. Si quella nazione posta di fronte alla Sicilia, dove per ottenere il visto diplomatico ho dovuto aspettare 25 giorni, dove per andare in giro c’è bisogno di “pass”, dove tutto sembra essere perfetto e poi invece…<br />
Nel tempo intercorso dall’assegnazione della visita alla data della sua effettuazione ho trascorso due settimane nella mitica città della Lanterna per corso di specializzazione.<br />
Prima della partenza per Genova ho riposto il mio passaporto nelle mani dell’agente della società di navigazione, pregandolo di trattare il tutto con molta cura.<br />
Diciamo che fretta non ce ne era, ma allo stesso tempo sono rientrato in possesso del mio lascia passare soltanto il giorno della partenza…<br />
La data della partenza si è avvicinata ad una velocità supersonica, ed in men che non si dica il 24 luglio effettuavo il mio take-off direzione Tripoli via Roma Fiumicino. Niente di particolarmente interessante durante il volo, ma appena messo piede sul territorio libico tutto ciò che era semplice è diventato impossibile e l’impossibile superava l’immaginazione.<br />
Nel breve arco di 10 minuti il mio passaporto è finito tra le mani di più persone, al punto di essere restituito nelle mani del suo non-proprietario, un signore tedesco, che immediatamente ha cercato il suo passaporto restituendo il mio alla dogana: da non credere!<br />
Il tocco di classe è avvenuto in seguito, al ritiro bagagli: si era smarrita la valigia del mio accompagnatore con tutti i documenti che dovevano essere consegnati alla nave. Per fortuna che io viaggio sempre con il mio monospalla supercapiente, nel quale c’erano i miei documenti ed il necessario per effettuare la visita.</p>
<p>Una volta era il trolley il mio compagno di viaggio, oggi sono arrivato a viaggiare con il monospalla, domani forse solamente la 24 ore, chissà!<br />
Dopo aver atteso invano circa un’ora abbiamo deciso di presentarci al banco reclami e scoprire che la valigia era rimasta a Roma… ma per quale mistero, questo era a noi tutti sconosciuto!<br />
Una volta fuori dall’area del “mancato ritiro bagagli”, ci sono stati ritirati i passaporti. Immaginiamo la scena: il solito “spicciafaccende” che si avvicina e con fare alquanto garbato ti chiede il passaporto con l’aggiunta di 3 foto-tessere. Ora in tutta onestà, dove le trovo 3 foto-tessere in Libia alle 01.00 del mattino? Richiesta strana alla quale non ho potuto rispondere null’altro che non avevo foto-tessere con me, e che il giorno dopo mi sarei sottoposto a fotografia. Ma a cosa servono 3 foto-tessere? Risposta fin troppo banale: domani per spostarci ci occorrerà il “desert pass”. Insomma, ad ogni passo spinto occorre un “pass” in Libia. Al termine della convulsa ora e più di attesa, ci accomodiamo sui sedili posteriori dell’autovettura che ci permetterà di raggiungere l’albergo presso il quale alloggeremo per i prossimi 3 giorni.<br />
Leggendo il quadrante del mio Swatch, le lancette si erano poste in modo che la più piccola era posizionato sul 2 e la più grande sul 12 quando siamo giunti in albergo. Erano le 2 del mattino quando abbiamo varcato la soglia della hall e gli occhi mi si chiudevano a causa del mancato dormire.<br />
Ma si può fare questa vita? Si può correre sempre dietro le navi? Inizio a pensare che sia una giostra, un po’ come la vita che ti propone sempre le stesse situazioni, solo con personaggi diversi!<br />
Fatti e distrutti di stanchezza abbiamo intrapreso la strada verso l’ascensore che ci avrebbe “traghettati” fino alle nostre camere, e lì Morfeo ci ha preso tra le sue braccia ed il resto è solo sonno…<br />
La prigionia è stata molto piacevole ma di una noia mortale solo mare, mare e nient’altro che mare, il tutto innaffiato da acqua naturale. All’acqua, poi, si sono accompagnati banchetti tipici dell’Islam con comparse locali in costumi classici dell’area musulmana.</p>
<p>È duro essere detenuti in prigione, anche se dorata, dove tutti ti riveriscono, dove tutti ti venerano come un turista spendaccione, dove tutto gira a puntino, ma dalla quale non si può evadere se non con il possesso del mitico “desert pass”. E dopo 2 giorni di interminabile attesa si è materializzato il passpartout, che custodisco come una reliquia nel mio portafoglio, che ha aperto ai miei occhi lo sconfinato colore del deserto. Una vera distesa fatta di nulla per chilometri e chilometri, che veniva saltuariamente interrotta da una capanna o dal perimetro della mura di una casa priva di tetto. Il deserto è cosa è il deserto: vuoto, silenzio, nulla. Non c’è niente nel deserto, solo terra di un colore che non ha colore! Ha mai piovuto nel deserto? C’è mai stata vita nel deserto? Queste e tante altre domande mi hanno accompagnato nel viaggio che si è concluso dopo circa un’ora di macchina. Ecco davanti a me lo stabilimento petrolchimico di Mellitah, dove circa 2 anni fa Berlusconi stringeva le mani di Gheddafi a simbolo dell’accordo economico concluso con il popolo libico.<br />
Il resto è lavoro, solo lavoro, reso ancora più difficile per l’estrema e pedante burocrazia libica, precisa come un cronometro che non fa sconti a nessuno quando si tratta di rilevare il tempo impiegato per correre i 100 metri!<br />
E così tra un’esercitazione (fallita) di security e tanti piccoli problemi da risolvere, il 27 luglio alle ore 02.30 di un’alba ancora lontana da venire, riponevo il mio monospalla nel portabagagli della jeep che, procedendo a velocità sostenuta, ci avrebbe riportato all’inizio del viaggio: aeroporto internazionale di Tripoli.<br />
Come in tutte le storie, anche questa si è conclusa con il lieto fine: ritroviamo il bagaglio dell’accompagnatore, pervenuto a Tripoli appena 4 ore prima con il volo da Fiumicino!<br />
Torno a casa, forse, o per meglio dire torno in Italia, ma non conosco ancora bene la destinazione finale. Ci sono eventi che stanno per realizzarsi, ed altri che invece sono ancora nel Limbo del pensiero del “Grande Pensatore”.</p>
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		<title>Cina 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:33:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho sempre pensato che la vita fosse, ed in alcuni casi è, un ripetersi di eventi, scanditi con una precisione svizzera da un orologio universale. Questi eventi si riproducono con una cadenza costante, e contro tale successione nessuno di noi ha il potere di opporsi. Esattamente un anno fa ero con le stesse persone a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho sempre pensato che la vita fosse, ed in alcuni casi è, un ripetersi di eventi, scanditi con una precisione svizzera da un orologio universale. Questi eventi si riproducono con una cadenza costante, e contro tale successione nessuno di noi ha il potere di opporsi. Esattamente un anno fa ero con le stesse persone a Vancouver ad ispezionare una nave (gemella di quella che mi accingo a visitare qui a Qingdao). Oggi 11 febbraio 2007, ieri 11 febbraio 2006: un anno di vita! Non dico di essere un fatalista e non credo di essere una di quelle persone remissive nei confronti della vita, eppure devo, in tutta onesta, dire che me lo aspettavo. Ero già stato a Qingdao nel corso dell’estate del 2006 e ritornarci mi ha provocato una forte emozione: in fondo la Cina è sempre la Cina. Non importa il tempo impiegato per arrivare, non importano gli inconvenienti che si sono manifestati nel corso del viaggio, importa ESSERCI. <span id="more-59"></span>Proprio stanotte, mentre ero comodamente disteso nella vasca da bagno (sono le 2 del mattino), pensavo ad alta voce: “Ne è valsa la pena sopportare tutto questo? Si, sempre! L’importante è esserci e gustarsi il momento”. Non è cambiato niente qui a Qingdao, o meglio non sono cambiati i ritmi frenetici di un mondo che si espande. Ma dove vogliono arrivare questi cinesi? Distruggono e ricostruiscono a velocità vertiginose. Dove ieri c’era un vecchio terreno disadattato e pieno di erbacce, oggi ci sono gru che spostano i propri bracci nel cielo come ali spiegate di gabbiani, con una precisione ed una leggiadria da impressionare.<br />
E mentre sono qui a salire e scendere tra stive del carico, a verificare il funzionamento del sistema di security di questa nave, a circa 8.000 kilometri di distanza una verifica ugualmente importante si sta compiendo, o meglio si è compiuta, (ma io non ne conosco l’esito): si vota per il futuro dell’Associazione.<br />
Ho lasciato la mia delega a Gennaro, compagno e fraterno amico; ho lasciato nelle sue mani la mia volontà di voto ; ho lasciato che io mi fidassi di lui. Non so cosa troverò al ritorno , non so se ci sarà ancora l’associazione, ma sono sicuro di aver trovato un nuovo “socio” (Gennaro beccati questa!). Prima di partire, come mia abitudine, ho ripensato a cosa rende sempre unico il viaggio che sto per intraprendere, e la risposta è giunta in modo alquanto banale nel corso dello stesso: il decollo dell’aereo. Il decollo è staccarsi dalla terra; essere sospesi tra il cielo e tutto quello che a lui si oppone, ed ogni decollo è un pezzo unico! Non puoi chiedere il bis, o meglio non sarà mai uguale al precedente. Ogni comandante di aereo ne da una sua interpretazione, a partire dalle note dei motori. È in quella fase di innalzamento dei giri che capisci la differenza tra i precedenti decolli e quello che stai per vivere. È in quel momento, in quei pochi secondi che focalizzo e metabolizzo che quell’attimo è eterno. Nessuno potrà farmelo rivivere e nessuno potrà cancellarlo! Il decollo è un po’ come nascere, vieni proiettato in un nuovo spazio, dove tutto è più leggero, meno gravitazionale.</p>
<p>Sei prima sotto le nuvole e dopo pochi attimi sei sopra. Anche quando piove sulla terra una volta che si oltrepassa la barriera delle nuvole il cielo ti appare nella sua migliore rappresentazione: azzurro da fare paura!<br />
Ed anche questa volta, nel corso dei vari decolli che ci sono stati per arrivare a destinazione, ognuno di essi è stato spettacolare, irripetibile.<br />
Un giorno un’amica osservando il cruscotto della mia macchina mi chiese come mai fosse alquanto ridotto il numero di kilometri riportati su di esso rispetto a quelli segnati sul contakilometri della sua macchina. A tale considerazione rimasi in silenzio senza rispondere nulla, completamente spaziato dalla sua domanda. Ora a distanza di qualche mese vorrei chiedere alla stessa persona: ma tu quanti decolli hai fatto?<br />
E ad ogni decollo si contrappone un atterraggio, di nuovo nel mondo della gravitazione per poter apprezzare come sia bello guardare in alto e vedere volare gli uccelli. Ogni cosa al suo posto, ogni essere vivente nel suo regno: il cielo lasciamolo ai passeri, noi stiamo con i piedi per terra!</p>
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		<title>Chiocciola d&#8217;oro 2007</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:32:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Noi ci siamo stati e ne è valsa la pena….
Non sempre leggere i quotidiani è sinonimo di notizie tristi e sconfortanti, qualche volta ci si trovano informazioni utili, degne di essere ricordate dai nostri palati.
Tutto è iniziato domenica scorsa, quando il nostro attento occhio di lettore ha focalizzato la notizia: Sant’Agata 16 novembre 2007 &#8211; [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Noi ci siamo stati e ne è valsa la pena….<br />
Non sempre leggere i quotidiani è sinonimo di notizie tristi e sconfortanti, qualche volta ci si trovano informazioni utili, degne di essere ricordate dai nostri palati.<br />
Tutto è iniziato domenica scorsa, quando il nostro attento occhio di lettore ha focalizzato la notizia: Sant’Agata 16 novembre 2007 &#8211; Ristorante “Lo Stuzzichino” – assegnazione e brindisi alla nuova chiocciola d’Oro da parte dell’Associazione Slow Food.<br />
Subito, immediatamente, senza perdere tempo, ho ricercato sul palmare quanti fossero i punti ristorazione in Campania a potersi vantare del titolo, che a breve sarebbe stato assegnato alla dedizione ed alla perseveranza nel metodo culinario al nostro amico Mimmone. Risultato soltanto 14 locali in Campania ha questo privilegio, e con quello da assegnare allo Stuzzichino, diventano 15. Dopo un’attenta analisi della notizia, quello che ne è scaturito è stato il desiderio di partecipare alla serata, all’evento, ed il tutto si è concretizzato nel contatto telefonico con il proprietario del locale e la prenotazione per venerdì sera.<span id="more-57"></span> La risposta da parte di Mimmone è arrivata soltanto nella mattinata di giovedì, ed il perché l’ho capito soltanto una volta sedutomi a tavola: la manifestazione era un privilegio per molti ma non per tutti, ed in particolar modo per i soci dell’Associazione Slow Food. Comunque sia, noi ci siamo e che la degustazione abbia inizio.<br />
Non c’è fretta tra una portata e l’altra, il ritmo è blando e come da tradizione Mimmone, da attento padrone di casa, descrive minuziosamente per noi ogni singola pietanza, spiegandoci ingredienti e sapori che da essi si sprigioneranno.<br />
Si inizia con degli stuzzichini a base di calzoncini di scarola e dadini di mozzarella in carrozza, il tutto servito su una base di radicchio rosso… l’accostamento tra scarola e mozzarella risulta essere di una delicatezza devastante per il palato. Una vera prelibatezza e siamo solo all’inizio!<br />
E come richiede una degustazione del genere, accanto alle pietanze si accompagnano vini autoctoni del territorio irpino: sto parlando dei vini dei Feudi di San Gregorio, casa nata alla fine degli anni 80 dalla volontà delle famiglie Ercolino e Capaldo. L’azienda è situata nel cuore dell’antico Principato Ulteriore. L’entree proposta, abbianata agli stuzzichini, è un Dubl Falanghina Vino Spumante. Si tratta di un progetto portato avanti dal 2004 e al palato si riconosce subito che la Falanghina è ancora molto giovane ma sicuramente destinata ad una lunghissima evoluzione grazie alla caratteristica fondamentale di ogni spumante che bussa alla porta della storia vitivinicola: una pronunciata componente acida ben valorizzata dalla tecnica di spumantizzazione. La strada scelta non è quella di fare qualcosa che somigli allo Champagne, ma di utilizzare la tecnica per poter esprimere al meglio il territorio prima ancora dell&#8217;uva, cercare cioè di fare qualcosa di inconfondibile, riconoscibile. Sul piano tecnico c&#8217;è davvero poco da dire, il perlage è fine e persistente, il colore brillante, l&#8217;agrumato intenso e persistente, assolutamente inesistente quel marcato tono di crosta di pane che mi tiene lontano dalla maggior parte degli spumanti italiani, il sapore è asciutto, non c&#8217;è ricerca di complessità quanto di personalità.<br />
Si procede poi con un antipasto di zuppa di verza e castagne, e qui consentitemi l’accostamento, mi sono tornati alla mente quei sapori della cucina “povera” del territorio campano. Oggi le castagne sono utilizzate in modo peculiare come elemento base per dolci, mentre una volta erano l’elemento di base della nostra cucina. Riemergono parole e racconti dei miei nonni, in cui la castagna era, soprattutto nel periodo autunnale, il primo sostentamento in cucina. Che ricordi ha suscitato in me questo piatto. Le castagne e la zuppa di verza erano amalgamate in un brodo in cui emergeva il sapore del finocchietto di Termini e l’olio di produzione nostrana. Ricercatezza e cura nell’abbinamento degli ingredienti hanno fatto dell’antipasto un vero piatto da re!</p>
<p>La sosta tecnica prevista tra una portata e l’altra, ha permesso a noi conviviali di esprimere tutto il nostro entusiasmo per il gusto espresso dalla portata appena degustata e allo stesso tempo ha accresciuto la nostra attesa per i piatti che stavano per venire.<br />
Un primo piatto, quello espresso dalla cucina di Mimmone, che non lascia spazio a repliche: ravioli di baccalà e borragine con pomodoro del Vesuvio, il tutto assaporato bevendo un Cutizzi 2006 Greco di Tufo. L’esplosione del gusto espresso dall’abbinamento delle verdure con il baccalà è stato un ulteriore saggio dell’interminata passione che Mimmone e la sua famiglia esprimono ai fornelli. Non nascondo che un secondo giro di ravioli l’avrei fatto ben volentieri, ma non era il caso di lasciar prevalere la gola sul gusto. Incredibile come a volte ci si ritrova di fronte a portate di un gusto spaventosamente buono costituito da ingredienti di una semplicità disarmante, e ci tengo a ricordare che stiamo parlando di prodotti del territorio e che dovrebbero essere a tutti conosciuti.<br />
Ed anche in questo caso, come era successo per l’entree e l’antipasto, Mimmone con occhio lungimirante ha saputo stupirci con l’abbinamento del vino. Il Cutizzi ha un buono e complesso spettro aromatico, intenso e persistente, in bocca è lungo, minerale, sapido, in buon equilibrio di alcol presente ma non esuberante, la struttura sostiene la beva tirrenica avvolgendo tutta la lingua in maniera completa a differenza di quanto avviene quest&#8217;anno con i bianchi adriatici che appaiono tutti abbastanza corti. Il Cutizzi è un grande bianco capace sicuramente di lungo invecchiamento. Bisogna infine ricordare che il Cutizzi, al pari del Greco base, ha una sua spiccata tendenza all&#8217;abbinamento con piatti di grande struttura, meglio se sapidi come i ravioli di baccalà proposti da Mimmone.</p>
<p>Ma il vero capolavoro dell’intera serata è stato il filetto di Maialino Nero casertano in crosta di erbe santagatesi. I complimenti espressi a tavola non sono bastati a rendere merito alla portata; è stato lui il simbolo della festa godereccia, il protagonista assoluto è lui, il maiale. Lo chiamano tianello (da Teano) o pelatello (perché non aveva peli) e viene dalla provincia di Caserta anche se per comodità di identificazione geografica è conosciuto pure come &#8220;Napoletano&#8221;. È scuro, senza peli e ha le caratteristiche &#8220;sciacquaglie&#8221; ossia dei bargelli ai due lati del muso che portavano il nome (o addirittura lo hanno dato, non so) dei vistosi orecchini da donna &#8211; il nome deriva dallo spagnolo chocallos &#8211; che, appunto, pendono pesanti intorno al viso delle donne. Muore quando le ghiande non cadono più a terra, con un rito di sgozzatura cruento e spettacolare che trasforma la morte in festa contadina, e si reincarna in prosciutti, salami, capicolli, lonze, sopressate. Ed anche per noi è stata una vera festa assaporare la carne tenera del maialino, avvolta in una pasta di crosta di erbe santagatesi. Un successo!<br />
Affianco al Maialino Mimmone ha optato, come scelta enologica, per un Serpico 2004 Irpinia Aglianico IGT. Dedicato alla cittadina dove sorge la cantina dei Feudi di San Gregorio, il Serpico è prodotto da uve Aglianico, provenienti anche da viti centenarie.<br />
Il colore tende al granato, impenetrabile. Il mondo olfattivo è percorso totalmente da profumi, dai più intensi ai più delicati. Dal fruttato maturo all’acerbo, dalla terra al tostato di legni balsamici, dai fiori di bosco alle gelatine di frutta, per giungere agli stadi estremi che vanno dal cuoio ai tessuti grezzi come lino e cotone. Abbandona l’orlo del bicchiere per trasferire al palato un unguento di frutta balsamica che s’irrigidisce sulle gengive conquistando l’universo gustativo a lungo.<br />
Grandissimo vino, che impressiona sin da subito per la ricchezza aromatica, e l’eleganza. Un Aglianico in purezza in grado di competere con i migliori vini italiani.<br />
E per concludere come dolce abbiamo assaggiato un Mount Blan che ci ha completamente sbalorditi, come anche la Grappa di Campanaro.<br />
Allo Stuzzichino non ci si capita, allo Stuzzichino ci si va; non è uno di quei locali che sono per strada, ma è ben celato all’occhio del viandante inesperto propenso solo a soddisfare il piacere della gola, ben protetto da quella che è oramai la moda prevalente della ristorazione: toccata e fuga. Cucina di popolo, quella assaggiata allo Stuzzichino, senza concessioni alle mode ma solo alle stagioni. Una lunga tradizione di famiglia è quella spesa ai fornelli ed in sala, da Mimmone, dalla sua gentile signora e dagli attenti e vigili genitori di Mimmone.<br />
Un brindisi alla chiocciola d’oro ed ai sapori di una volta….</p>
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