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	<title>Associazione Marulandi&#187; Anno 2006</title>
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		<title>Montalto Uffugo 2006</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:18:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il calcio toglie, il calcio da!
Questo è il primo pensiero che riesco a mettere su carta dopo la trasferta di Rende. Sono passati 7 mesi e 26 giorni dalla mia ultima trasferta e ricordo che il Sorrento giocava a Sapri. Fu uno scialbo 0-0 il risultato finale, e guarda caso anche in quella occasione era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il calcio toglie, il calcio da!<br />
Questo è il primo pensiero che riesco a mettere su carta dopo la trasferta di Rende. Sono passati 7 mesi e 26 giorni dalla mia ultima trasferta e ricordo che il Sorrento giocava a Sapri. Fu uno scialbo 0-0 il risultato finale, e guarda caso anche in quella occasione era con me il mitico Peppe Alfaro. Quasi 8 mesi dalla mia ultima trasferta, quasi 8 mesi dall’ultima volta in cui sono stato fidanzato, quasi 8 mesi di vita passati a cercarti…<br />
Fino all’ultimo minuto, fino a quando non ti sei seduto in macchina, ho creduto che fosse tutto uno scherzo, che mi trovavo a Piazza Tasso, nei pressi del Bar Ercolano, in attesa di un fantasma che mai e poi mai sarebbe sceso di casa e che avrebbe aperto il portone per immettersi sul Corso Italia. Ho composto più volte il numero del tuo cellulare e per un numero di volte pari a quello delle telefonate fatte, il risultato è stato quello di ascoltare la voce della Signorina TIM che mi invitava a digitare il tasto 5 o il tasto 0 per ricevere notizie utili sulla vitalità del tuo cellulare. Sono stati 10 minuti di snervante attesa.<span id="more-38"></span><br />
Ma poi quel portone si è aperto e si è materializzata la tua esile figura, contenuta all’interno di un maglione rosso, con avvolta al collo la nuova e fiammante sciarpa del Sorrento. Da quando sono entrato a far parte dell’associazione Marulandi, sei diventato per me una sorte di portafortuna, una vera mascotte, ma anche e soprattutto un vero amico. Non ho mai capito quale sia l’amalgama della nostra amicizia, a me risultano ignoti e non mi sovvengono quali siano i presupposti di questo vero e profondo rapporto. Non avrei mai pensato che nel corso del viaggio avremmo potuto affrontare degli argomenti così profondi e confidenziali, come due persone che tutti i giorni mangiano la zuppa insieme dallo stesso piatto. Ero pienamente consapevole che avremmo potuto avere uno sviscerato ed intimo rapporto con il mondo delle confraternite, ma mai a pensare che fossero ben più importanti e personali gli elementi della nostra amicizia.<br />
Le ore che ti separano da un qualsiasi evento della tua vita sono quelle più estenuanti, quelle che non passano mai. Sono le peggiori, ma sono anche quelle che ricorderai per sempre. Per quanto ti sforzi, non potrai mai rimuovere dalla tua mente i singoli fotogrammi che, messi insieme, formeranno il film di una intera vita! E questo è stato lo stato d’animo (scusate il gioco di parole) con il quale abbiamo affrontato i 312 kilometri che separano Sorrento da Rende. Più ci avvicinavamo a Rende e più ci sembrava non arrivare mai la fine della nostra “odissea”.<br />
L’inferno si è materializzato al kilometro 53 della Salerno – Reggio Calabria con il primo scambio di carreggiata. Un vero incubo. Ne abbiamo contati 15 di scambi (devo pagare un caffè a Peppe) e ad ognuno di essi ci siamo chiesti perché tutto questo. Cosa ci spingeva ad andare oltre? Il Sorrento calcio? La voglia di voler vedere e conoscere la bella (?) città di Rende? La voglia di voler abbracciare Mariano Gaudiello? Forse. Ma più di ogni altra cosa è emersa la voglia di stare insieme, di affrontare questa impresa, con lo spirito “Marulando”.<br />
Durante il lungo e faticoso viaggio (Peppe è arrivato a Montalto Uffugo praticamente distrutto e non guidava neanche la macchina!) spesso io ed il mio Don Chisciotte ci siamo chiesti cosa effettivamente fosse questo spirito “Marulando”. Abbiamo cercato di dare un’entità corporea, fisica, a questo termine. Un vero sforzo di filosofia aristotelica con il risultato di non cavare un ragno dal buco. Niente. Siamo stati circa 30 minuti a girare intorno al concetto, ma le nostre menti non hanno prodotto alcun risultato. Non siamo portati per i discorsi troppo aulici, meglio quelli tipo “pizza e patatine”.</p>
<p>Uno dei tanti misteri irrisolti di questa nostra breve trasferta è stato quello di dare un senso alla lettera “U”, posposta sui cartelli della autostrada accanto al nome di Montalto. La nostra guida turistica Mariano, attraverso le poche parole scambiate via cellulare, ci aveva invitato molto calorosamente, al fine di poter raggiungere lo stadio di calcio del Rende, ad uscire a Montalto U. piuttosto che a Cosenza Nord. L’ennesimo dubbio si è svegliato in noi. Perché uscire 15 kilometri prima dello stadio invece che arrivare direttamente nello stadio? Cosa significava quella lettera “U”? Da buoni Marulandi e guidati dal nostro spirito “guascone” abbiamo macinato con la Mach Patron la strada, che non definisco autostrada altrimenti il Ministro Di Pietro si potrebbe offendere e con lui altri milioni di italiani.<br />
Dopo due soste in autogrill e svariate imprecazioni dell’Alfaro, legate alle pessime condizioni del manto stradale, siamo arrivati al punto cruciale, al momento topico della nostra avventura: abbiamo incrociato altri 3 sorrentini fermi in autogrill. La scena che si è materializzata ai miei occhi è quella del tipico emigrante che sbarca in America. Quando pensa di essere solo, con un nodo alla gola, con la paura di non riuscire a trovare la giusta spalla con la quale affrontare l’ultima e più difficile parte del suo viaggio di avvicinamento alla terra promessa. Così mi sono sentito, un primo momento di smarrimento e poi un mare di parole… La prima domanda che ci è stata posta dal trio sorrentino è stata “ma anche voi andate a Rende a vedere il Sorrento?”<br />
La risposta che ha immediatamente attraversato la mia piccola testolina, prodotta dal mio insano cervello è stata quella di “no, abbiamo un appuntamento con il dentista a Rende!” ma poi il buonsenso e il rispetto per le persone più anziane mi hanno spinto a sopprimere la mia ironia, anche per evitare un incidente diplomatico, e con molta calma e sangue freddo ho risposto che stavamo andando anche noi a vedere il Sorrento! Ma che domanda è???<br />
Peppino te lo devo confessare… per me la partita è solo il contorno di un piacevole pranzo, le portate sono rappresentate dalle persone che siedono intorno alla tavola imbandita e dal pre-partita culinario. Mi piace lo slogan da te creato “Noi siamo amanti del pre-partita!” Penso che in quelle poche parole ci sia tutto. Un sapiente riassunto, meglio di così non potevi esprimerti, per farmi capire come fosse importante la consumazione di un degno pranzo domenicale.<br />
Ed infatti la sosta all’agriturismo S.Rita in località Montalto Uffugo è stata una vera manna caduta dal cielo, anche se a titolo di cronaca c’è da dire che Mariano voleva portarci a mangiare al Mac Donald. Siamo proprio tonti! Ci facciamo il cuore come una capanna per andare a mangiare in un fast food?<br />
Noi siamo per lo slow food ed anche di qualità!<br />
Soltanto dopo aver mangiato a dovere, Peppino ha ripreso il suo normale colorito e per di più, dopo aver divorato un antipasto “quasi inconsistente”, ha anche acceso la sua sigaretta di mezzogiorno ed ha proferito parola. Il miracolo del cibo!<br />
Ma il vero miracolo si è materializzato alle 14.30, quando siamo entrati nella curva degli ospiti del Rende. Solo allora ho capito l’importanza di essere lì in quel momento; solo allora ho capito cosa significa essere tifosi. È una cosa che ti prende e si impossessa di te fino al fischio di chiusura da parte dell’arbitro. Vorresti fare anche tu goal, realizzare la rete della vittoria. Speri fino all’ultimo che il Sorrento possa violare lo stadio LORENZON, ma invece quello che si concretizza al 90° è uno squallido 0-0. Non ci sono parole per esprimere quello che il Sorrento non ha espresso sul terreno di gioco di Rende. Non ci sono parole per descrivere la mia gioia… Il calcio toglie, il calcio dà!</p>
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		<title>Indonesia 2006</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:17:26 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sapevo il come, non sapevo il quando, ma soprattutto non sapevo il dove sarebbe successo. Ma come in ogni viaggio che si definisca tale è successo. Non conosci, e tanto meno lo puoi sapere, quale sarà il momento in cui intorno a te si creerà il vuoto, le persone incominciano a scomparire lentamente, i rumori che prima infastidivano il tuo orecchio diventano perfette eufonie ed i colori che inizialmente assalivano la tua pupilla si trasformano in un mare di tonalità rilassanti: tutto è perfetto eccetto un particolare. Quella minuzia che rende imperfetto il perfetto rendendolo perfettibile; è un cassetto della memoria, una porta che si apre, uno specchio che riflette un’immagine di qualche anno fa, un numero! Benedetto numero 5-32. <span id="more-36"></span>Numero messo lì a tacere, da parte, gelosamente nascosto in qualche parte di me inaccessibile a chiunque.<br />
Ma quanto meno me lo aspetto prepotentemente è riapparso! Adesso reclama di essere ricordato; reclama il giusto posto e la giusta collocazione: fa parte di me il 5-32! Cosa è 5-32? Una combinazione? Una password? Due numeri da giocare al lotto? Delle coordinate geografiche? Due elementi di un codice? Niente di tutto questo, niente di tutto quello che mi sono sforzato di ricordare per due giorni, fino a quando rientrando in albergo, nel dirigermi verso il banco dell’accettazione, nel chiedere la chiave della mia stanza, ho dovuto scandire il numero della stessa. E lì, in quell’istante, che l’insieme è diventato perfetto ed ho ricordato: 5-32 è una stanza, è il numero stampigliato su di una porta che per tre mesi è stata la mia casa, il mio mondo, il mio tutto!<br />
Dovevo immaginarlo vedendo sullo sfondo la città, con il suo promontorio che domina la piccola valle dove sono incastonati giganteschi grattacieli. Era prevedibile che sarebbe successo; sarebbe bastato leggere attentamente il voyage planning di avvicinamento a Semarang per capire quale era il tassello mancante per risolvere l’enigma. Era tutto scritto, come ho detto, bastava leggere!<br />
Sono corso in stanza ed ho accesso la camera digitale. Ho iniziato a scorrere le foto che avevo scattato fino a quando non ho trovato ciò che stavo cercando. Eureka! Ti ho fotografato senza sapere perché lo stessi facendo; ti ho fotografata come un turista in visita a Roma fotografa il Colosseo: meccanicamente. Che errore che ho fatto nel considerarti una città come tante altre! Le foto che ho scattato non ti rendono onore; sei ancora lì che dormi avvolta da una bianca coltre di nebbia; sei tranquilla, adagiata verso il mare nel silenzio dell’alba. La memoria corre indietro nel tempo e mi rivedo sulle tua banchine mentre osservo incredulo le immagini trasmesse sul maxischermo. È l’11 settembre 2001! Che effetti speciali, grido, guardando due aerei che in rapida successione trapassano una delle due torri gemelle a New York. Ma è tutto vero. Il mondo ha il suo nuovo anno 0: l’anno dell’inizio del terrore!<br />
Guardo le foto e mi accorgo che tutto è rimasto come 5 anni fa, nulla è cambiato, nessuna differenza, solo un particolare rende la scena diversa: l’unità SAN GIUSTO non è ormeggiata in porto. Chissà adesso dove è la nave San Giusto e chissà chi alloggia nella cabina 5-32. Quello che so, e ne sono certo, quella nave e quella cabina sono state la mia seconda casa durante la campagna addestrativa dell’estate 2001.</p>
<p>È stata una campagna dura, ricca di colpi di scena, di sconfitte e di vittorie, di silenzi e solitudini, di profonde amicizie e di lunghe guardie in plancia, di nuove terre da esplorare e nuovi idiomi da ascoltare. La 5-32 non era una cabina, era la CABINA, era tutto quello che avevo: Stefano, Alessandro, Tommaso, Giuseppe, Davide ed io dormivamo in quei 20 metri quadrati.<br />
Ricordo ancora il primo impatto, identico per tutti e 6: è piccola. Ma con il passare del tempo la cabina è diventata una reggia, sempre più confortevole ed accogliente, sempre più vissuta: era nostra. Era nostra perché sapeva delle nostre storie, delle nostre emozioni, dei nostri drammi e delle nostre storie d’amore. Era nostra perché con noi divideva il mal di mare e le giornate di bonaccia, i tifoni e le giornate di sole, i giorni di consegna e quelli di libera uscita. La 5-32 era l’ultimo lembo di ferro abitato, dopo di noi c’era solo la prora della nave, che per 83 giorni ha solcato 14.500 miglia.<br />
Noi eravamo il primo baluardo umano ad accorgerci dei cambiamenti dello stato del mare, ma eravamo anche gli ultimi ad arrivare in assemblea sul ponte di volo! Ricordo i miei compagni e le loro manie (i Marulandi dicono TIC): Alessandro un vero marinaio: il suo motto era un porto una donna. Davide una sorte di salutista vivente, vivente in un mondo di pazzi: se non c’erano lo yogurt ed i cereali a colazione la mattina era un dramma. Stefano e la sua mania per il culturismo: appena sveglio 30 minuti di pesi. Tommaso e la sua passione per l’Oriente: sei riuscito a comprare 4 kimoni, ma cosa dovevi farci? Giuseppe un uomo fatto silenzio: credo di aver sentito la sua voce non più di 3 volte in 3 mesi, un vero record. Ed infine io, ma questa è un’altra storia!</p>
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		<title>Honduras 2006</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 20:15:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci eravamo lasciati dal ritorno dal Canada, descrivendo le fattezze dell’amena e splendida città di Vancouver. E ci ritroviamo dopo circa tre mesi a parlare di Puerto Cortes.
Esattamente, Puerto Cortes, dove si trova? Non dite subito in Honduras, risposta esatta ma troppo banale. Sfido chiunque a prendere un atlante geografico ed individuare l’amena e solare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci eravamo lasciati dal ritorno dal Canada, descrivendo le fattezze dell’amena e splendida città di Vancouver. E ci ritroviamo dopo circa tre mesi a parlare di Puerto Cortes.<br />
Esattamente, Puerto Cortes, dove si trova? Non dite subito in Honduras, risposta esatta ma troppo banale. Sfido chiunque a prendere un atlante geografico ed individuare l’amena e solare città di Puerto Cortes. Quando si parla di Puerto Cortes, facciamo riferimento all’Oceano Atlantico oppure all’Oceano Pacifico? Si tratta di un porto commerciale o di uno scalo passeggeri. Quanti abitanti fa Puerto Cortes? Quanti alberghi ci sono a Puerto Cortes? Chi è Cortes?<br />
Queste ed altre domande mi sono sorte spontaneamente mentre compilavo il mio foglio di viaggio.<br />
Ho pensato ad uno scherzo: perché mai una nave dovrebbe andare fino a Puerto Cortes? Ho creduto che fosse tutto un equivoco, invece di Puerto Cortes poteva trattarsi di Puerto Escondido, ma la realtà è sempre realtà e cosi atlante alla mano, ho aperto l’indice ed ho cercato dapprima l’Honduras e poi ho finalmente trovato il nome Puerto Cortes. La spasmodica ricerca mi ha portato ad andare oltre: un albergo. Ci sono alberghi a Puerto Cortes? Risposta: si, ma sono vivamente sconsigliati…<span id="more-34"></span><br />
Se dovete proprio dormire indirizzatevi verso il mare. Sulla fascia costiera esistono tanti piccoli bungalow, con tante minuscole casette, così le chiamano gli indigeni, mentre per me sono una sorte di mini camera con mini bagno e basta. Ah, dimenticavo la doccia!<br />
Ma amici miei, non scoraggiatevi subito, abbia la bontà di continuare a leggere le successive righe per capire ciò che veramente è l’Honduras che ho visto.<br />
Ho visto un uomo solo in cammino, un uomo ed il suo trolley, amico inseparabile di migliaia e migliaia di chilometri percorsi. Ho visto un uomo che nel giro di un giorno ha attraversato tre continenti e visto tre culture diverse.<br />
Ho visto un uomo che si è confrontato con una terra colonizzata dalla globalizzazione americana. Ho visto un uomo che ha incontrato la luce di un sole opaco e malato, oscurato da ciò che l’uomo produce. Ho visto un uomo che ha stretto mani e che ha incontrato sorrisi. Ho visto un uomo che ha avuto paura di camminare per la strada di sera per il troppo silenzio e la troppa tensione che serpeggiava nell’aria.<br />
Basta guardare i muri perimetrali delle abitazioni ed accorgersi che a difenderle non ci sono i soliti “difendicula” (si chiamano così avvocato?), ma filo spinato e cavi della corrente elettrica. Ho visto un uomo che ha volato su aerei il cui progetto di costruzione risale alla fine della seconda guerra mondiale. Ho visto un uomo che ha camminato attraverso strade appartenenti ad un popolo che va fiero della sua discendenza, ma che non può far niente per eliminare il solito e sempre più netto divario tra ricchi e poveri.<br />
Ho visto un uomo bloccato alla dogana americana dalla paura della stessa America di essere nuovamente ferita sul proprio territorio. Ho visto un uomo che ha respirato odori che mai nella sua vita aveva assaporato, profumi di cui non conosceva l’esistenza. Ho visto un uomo che ha potuto osservare come si mescolano insieme terra, immondizia e resti di materiale edilizio ai bordi della strada. Ho visto un uomo che ha attraversato un’autopista (così vengono chiamate le autostrade in Honduras), dove il concetto di sicurezza non esiste assolutamente: la gente si sposta su queste autopiste anche in bicicletta, ma lo fa controsenso ed al buio, perché non esistono lampioni in autostrada.</p>
<p>Ho visto un uomo che ha visto da vicino cosa significa essere poveri e vivere la vita con profonda dignità. Ho visto un uomo che ha capito la differenza tra vivere in una casa e vivere in una baracca, perché le case della maggior parte della città di Puerto Cortes sono costituite da muri fatiscenti e ricoperte da lamiere di ferro, mentre le nostre se non hanno una adeguata climatizzazione in estate o se non sono accoglientemente calde in inverno, beh ci sembrano inadatte. Ho visto un uomo che si è divertito con poco.<br />
Come credete che ci si diverta in a Puerto Cortes o a San Pedro Sula? Non ci sono discoteche o pizzerie, locali che tipicamente si frequentano il sabato sera, ma delle grandi sale dove si fa il karaoke. Ho visto un uomo che per due notti ha alloggiato nel miglior albergo di Tegucigalpa (sapete tutti dov’è Tegucigalpa?) e che guardando dalla finestra della sua stanza ha potuto notare la frontiera tra il bene ed il male, tra la vita e non la vita. Ho visto un uomo che si è imbattuto nel traffico di punta di Tegucigalpa, peggio di Napoli a confronto. Ho visto un uomo che ha osservato da vicino la bellezza della flora e della fauna del Centroamerica, che ha assaporato carne e pesce, frutta e verdure di un sapore sconosciuto.<br />
Senza alcuna retorica, vi domando, vale la pena di aver vissuto tutto questo, di aver sopportato con estrema pazienza 41 ore di volo nel solo viaggio di ritorno, 7 ore di differenza di fuso orario e di aver viaggiato per ben 3 volte su di un aereo che poteva cadere in qualsiasi momento?<br />
Quest’uomo porta con se tutto questo, e credo che non ci sia tesoro più grande al momento di quello di aver vissuto il tutto.<br />
Rimango emozioni e momenti che mai potranno essere dimenticati. Il mio amico Maurizio, con il quale ho condiviso questo viaggio; il mio amico honduregno Adrian, la mia ombra durante tutta la permanenza a Tegucigalpa; Antonio e Mike due persone senza le quali sarei rimasto segregato nella mia camera di albergo; tutto il meraviglioso popolo dell’Honduras con il quale mi sono confrontato in questa settimana.</p>
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		<title>Gallipoli 2006</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 19:42:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente in vacanza: non ci posso credere (I can’t believe it)!
Ho pensato spesso, nel corso di questi ultimi mesi di “vagabondaggio”, quale poteva essere la mia vacanza ideale, quali potevano essere e dovevano essere i miei compagni di viaggio, quali potevano essere le aspettative e le emozioni che avrebbe dovuto riservarmi la mia vacanza. Ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente in vacanza: non ci posso credere (I can’t believe it)!<br />
Ho pensato spesso, nel corso di questi ultimi mesi di “vagabondaggio”, quale poteva essere la mia vacanza ideale, quali potevano essere e dovevano essere i miei compagni di viaggio, quali potevano essere le aspettative e le emozioni che avrebbe dovuto riservarmi la mia vacanza. Ho avuto il timore, lo devo confessare (ed è stato un grande tormento quello maturato nel corso dei miei interminabili spostamenti per l’intero globo), che avrei trascorso le vacanze da solo, lontano da tutto e da tutti, senza un vero equipaggio, solo nella tempesta. Avrei vissuto la mia solitudine!<br />
Non c’era molto tempo per organizzare le vacanze; non c’erano i momenti giusti per mettere insieme una valida ciurma; non c’ero!<span id="more-24"></span><br />
Non c’ero perché perso a rincorrere le “mie navi”, non c’ero perché ho vissuto un mese di esilio a Genova (con il senno di poi è stato un vero spasso il periodo trascorso nella città della Lanterna), non c’ero perché in fondo l’Indonesia e la Cina non sono poi così lontane.<br />
In tutto questo mio non esserci però si è concretizzata sempre più, e quindi c’era, la paura della solitudine. Accanto alla paura della solitudine vissuta a bordo degli aerei, giorno dopo giorno, la consapevolezza di potercela fare ad organizzare qualcosa di buono ha però preso corpo: C’ERA!<br />
C’era la voglia di condividere, di emozionarsi, di ricordare l’estate DUE ZERO ZERO SEI, di stare insieme. Per tutto questo e per quello che non ho saputo esprimere attraverso le parole, dico GRAZIE a Giuliana, Ludovica, Massimo (li metto in ordine alfabetico giusto perché ci deve essere un ordine, la coerenza del pensiero, ma sono tutti e tre al primo posto della mia estate, 3 medaglie d’oro, evento che nella storia dello sport agonistico non era mai successo). Non ricordo una Olimpiade o campionato del mondo di qualsiasi disciplina sportiva dove 3 atleti si sono classificati al primo posto dando luogo ad un incredibile parimerito: non esiste.<br />
Eppure a Gallipoli è successo. Questa rara ed unica circostanza si è realizzata ed io ne sono testimone; sono testimone di una grande vacanza vissuta a “tempesta” senza lesinare alcuna emozione, facendo ciò che è più naturale che accada quando si è in vacanza: ci siamo divertiti.<br />
Divertiti con poco, con una Tassoni ed un po’ di Aperol, il tutto accompagnato da deliziosi stuzzichini, abbiamo inscenato il nostro happy hour casalingo, a cui hanno partecipato svariate persone esterne alla comitiva: un vero MUST.<br />
Sei già dentro l’happy hour vivere costa la metà e la vita che non spendi che interessi avrà… ecco la colonna sonora della vacanza perfetta.<br />
Abbiamo speso tutto il nostro tempo, abbiamo vissuto il nostro tempo condividendo sorrisi, fotografie (credo che la sola Giuliana abbia fatto più di duecento foto digitali: un vero mito), serate in discoteca e risvegli in spiaggia con facce da zombi per tutta la giornata. Dico grazie alla mamma di Ludovica per la fiducia concessami: ha mandato la sua unica figlia femmina in vacanza senza neanche conoscermi. Grazie anche a te Giuliana che hai creduto fino in fondo al progetto “Gallipoli 2006”. Senza di te, senza la tua oculata ed attenta gestione patrimoniale, io e Massimo da soli avremmo speso somme esorbitanti. Grazie a Massimo che ha reso le nostre serate uniche: il successo dell’happy hour è solo tuo e se ai nostri tavoli si sono accomodati ospiti di tutto riguardo lo dobbiamo solo a te. Spero che nessuno degli arruolati per questo viaggio nel divertimento abbia qualche rimorso, qualche cosa che avremmo potuto fare e che invece non è stata fatta, perché essere nella vita si può una sola volta.</p>
<p>Grazie a tutti quelli che hanno liberato la luce. La luce che si libera da un minibar abbandonato nella penombra di una stanza, così disperatamente chiuso sulla sua luce interiore e in preda a non so quale comunione nella solitudine, voi tutti vi siete chinati. La vostra mano si è posata sulla maniglia della porta e l’avete aperta… Avete aperto quella porta o meglio qualcuno dentro di voi ha aperto quella porta… qualcuno dentro di voi ha liberato la luce. Beh ecco chi è, quel qualcuno che voglio ringraziare! Quella qualcuna! Grazie per ogni volta che avete aperto la mia porta.<br />
Questa vacanza è servita anche a saldare un vecchio debito che avevo con il mio passato. Ero già stato ad Otranto, avevo goduto della bellezza del mare dei Laghi Alimini, ma non mi ero mai spinto oltre. Non avevo mai osato attraversare le virtuali colonne d’Ercole; non avevo avuto il coraggio di affrontare quello che Arturo anni fa mi aveva detto di andare a vedere e non guardare. Le grotte della Zinzulusa: un vero spettacolo della natura! Ho affrontato da buon soldato il mio nemico, ho guardato nei suoi occhi e sono andato oltre. Ci sono stato anche io, adesso lo posso dire, e siamo patta e pari! Ho fatto rotta verso questo paradiso terrestre ed ho visto. Ma ho visto anche occhi che hanno pianto tanto.<br />
Non è certo facile ricominciare dopo 16 anni di vita divisa con un’altra persona, non ci sono parole che tengano, non ci sono frasi che possano darti un minimo di sollievo, se non quello che porti dentro. Il tuo amore, le tue emozioni, i tuo sentimenti, le tue risate ed i tuoi eterni silenzi meritano di più. Basta osservare, perché altrimenti vedi solo una realtà statica, immobile, attraverso le tue infinite foto, istantanee di un mondo che evolve e si trasforma. Il futuro ti cambierà? Nulla è in grado di cambiarti. Solo il mondo cambia…</p>
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		<title>Celano &#8211; Ovindoli 2006</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 19:40:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente ho saldato un altro debito!
Sono riuscito a mangiare gli “arrosticini” di agnello (vero Eliana!) e devo dire che sono una vera prelibatezza. L’ennesima trasferta si è conclusa nel momento in cui ho rimesso piede in macchina ed ho lasciato il Parco Nazionale degli Abruzzi. Ed anche questa volta posso dire che ne è valsa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente ho saldato un altro debito!<br />
Sono riuscito a mangiare gli “arrosticini” di agnello (vero Eliana!) e devo dire che sono una vera prelibatezza. L’ennesima trasferta si è conclusa nel momento in cui ho rimesso piede in macchina ed ho lasciato il Parco Nazionale degli Abruzzi. Ed anche questa volta posso dire che ne è valsa la pena.<br />
Il viaggio affrontato a bordo della Mach Patrol è stato piacevole e divertente allo stesso tempo, con svariate soste lungo il percorso fino ad arrivare alla metà di Ovindoli (mitico Maurizio!). All’agriturismo presso il quale sono stato ospite, ho sentito intorno a me aria di casa, quasi come se conoscessi quelle persone da tanto tempo, come se già fossi stato in quella valle ai piedi del massiccio del Parco Nazionale. La giornata soleggiata e l’aria particolarmente pungente mi hanno subito indotto a scattare foto paesaggistiche, ahimè fatte però con la digitale del mio cellulare, ed a spingermi verso il sentiero che mi avrebbe portato verso l’alto.<span id="more-22"></span> Ma più camminavo e più un rumore a me noto iniziava ad infastidirmi. Non erano gli occhi che dovevano vedere ma le orecchie che dovevano ascoltare… BUM – BUM – BUM- era il rumore che si insinuava all’interno del mio padiglione auricolare, un vero fastidio, un vero martirio… Ho pensato che prima o poi sarebbe passato, ma mi sono sbagliato.<br />
Mi sono sbagliato perché a quel punto anche gli altri sensi hanno preteso di partecipare a questo simpatico gioco. Tutto ad un tratto l’intera macchina umana ha iniziato a mettersi in moto, e secondo dopo secondo ho iniziato a mettere insieme i pezzi di uno strano puzzle. Prima quelli della cornice e poi via via gli altri.<br />
E pezzo dopo pezzo, passo dopo passo, si è venuta a creare una strana immagine: uno scrigno!<br />
Uno scrigno e perché proprio uno scrigno e soprattutto perché lo scrigno, pur appoggiato su di un tavolo, era continuamente scosso? Perché l’immagine non era statica? Perché lo scrigno si muoveva? Non ho capito niente fino a quando non visto in maniera nitida l’immagine che i miei occhi hanno messo a fuoco. Si trattava di uno scrigno a fianco del quale c’era una singola chiave e mentre la chiave era poggiata sul tavolo ed era statica, dallo scrigno si spandeva tutto intorno un impulso tridimensionale, un’onda! In quel momento ho iniziato a mettere a fuoco ed ho capito…<br />
Ho capito perché non ero assolutamente meravigliato, ho capito perché quell’ambiente non mi era per niente nuovo, ed ho capito anche il significato dello scrigno e del suo contenuto!<br />
Dall’alto della vetta ho guardato a valle ed ho visto luoghi in cui ero già stato. Ho visto con questi occhi il luogo da cui si emanavano le pulsazioni, volendo potrei anche scrivere l’indirizzo civico, ma non mi sembra il caso, altrimenti potrebbe divenire un luogo di pellegrinaggio (scherzo). Ho sentito con queste orecchie il rimbombo di un cuore messo a tacere per troppo tempo! Il mio olfatto ha percepito fragranze di un tempo, mentre il gusto, beh quello si stava ancora adattando al sapore degli arrosticini (fantastici!) Ed allora ho capito quanto sia stupido essere orgogliosi, quanto sia veramente deplorevole avere paura della propria paura! Le paure esistono perché prima o poi vanno affrontate, e così sia mi sono detto!<br />
Sono andato avanti, sono salito sempre più in alto per migliorare la mia visuale, per avere gli occhi liberi da qualsiasi impedimento, per ascoltare meglio l’eufonia del mio cuore!<br />
Sono andato oltre sono arrivato in cima ed ho apprezzato con un senso di smarrimento il tutto! Soltanto quando perdiamo una persona capiamo il vero valore che quest’ultima aveva nella esistenza di ognuno di noi. Soltanto allora mi sono capacitato che vale la pena combattere per un ideale, per la propria patria, per i propri sogni, per il proprio amore!<br />
Che strano weekend, mi sono detto. Non avevo per nulla al mondo messo in preventivo una cosa del genere… È da quando lo strato di orgoglio e paura sono stati rimossi dallo scrigno, che il tutto mi è tornato nitido alla memoria… nitido e terso come questa giornata di sole!<br />
È talmente strano quando una persona ritrova se stesso, che tutto il resto assume un valore irrilevante. Come un amore che credevi morto e che invece l’alba chiara di una grande giornata di sole ti restituisce intatto.<br />
Sono state ore interminabili quelle dell’ascesa, ma soprattutto quelle della discesa… ho perso il conto di quante volte ho composto indefessamente il tuo numero di cellulare, del numero di sms inviati. Di quanti minuti ho trascorso a sentire il cellulare che bussava ma dall’altro capo neanche un segno di vita…</p>
<p>Ma il viaggio di ritorno presso l’agriturismo mi ha riservato una piacevole sorpresa… Ho incontrato sulla strada del rientro una serie di cartelloni pubblicitari, tra i quali uno in particolare ha attratto la mia attenzione. A pochi kilometri da Ovindoli, precisamente a Celano, domenica 29 ottobre si sarebbe giocata la 9 nona giornata di campionato della Serie C2… il Sorrento a pochi kilometri, mi sono detto, bisogna andare… e come Peter che inseguiva le caprette di Heidi, mi sono messo a correre come un forsennato, direzione macchina. Erano le 13.30 e la partita sarebbe iniziata alle 14.30.<br />
Con il cuore in gola per la corsa, ma anche per l’amore ritrovato, mi sono scusato con Maurizio, il padrone dell’agriturismo, e gli ho detto che saltavo il pranzo per andare a vedere il Sorrento. “Ma sei pazzo!” mi ha risposto Maurizio, ma la fede come l’amore non sono cose che si possono spiegare, si vivono e basta!<br />
Da lontano i cori dei tifosi del Sorrento hanno risvegliato in me emozioni di stampo pasquale: le processioni ed i suoi cori: il coro del Miserere… Già una volta ho scritto sulle pagine del giornalino dell’Associazione che all’atto della mia partenza da questa terra voglio sentire almeno la prima strofa del Miserere… Un mare di emozioni si sono riversate nella mia mente, nel mio cuore… “Dai Sorrento facci un goal…”<br />
Non ricordo a quante trasferte ho preso parte, ma in questa sono stati sfatati due taboo. Il primo goal del Sorrento visto da me fuori casa e la prima vittoria: il massimo… Grazie ragazzi!<br />
Tutto passa e tutto resta, ma il nostro è passare, facendo cammini…<br />
Camminando si fa il cammino… e di strada ne ho fatta; sono ritornato a valle fiero di aver visto, di aver sentito, di aver fatto quello che ho fatto… perché l’amore non è razionalità!<br />
Spero che almeno questa volta si capisca a chi sia dedicata questa mia (vero Eliana!)</p>
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