Sono partito da Napoli con una promessa ed una notizia bomba!
Le vicende delle nostre esistenze su questo piccolo spazio di terra sono alquanto strane e, per alcune circostanze, paradossali. Che questa missione stesse iniziando in modo desueto, l’ho percepito all’arrivo sul posto di lavoro. Troppo calme le acque, troppi silenzi intorno a me. C’erano quasi tutti i miei colleghi: “il boss” al suo posto, il caffè ci aspettava al bar eppure qualcosa di indefinito e di inusuale aleggiava nell’aria. Ed ecco che l’imponderabile si manifesta a tutta la mia persona, come un pugno dato alla bocca dello stomaco. Le cose non sempre accadono perché noi vogliamo che realmente accadano. A volte capita che discorrendo del più e del meno ci capita di conoscere verità che non appartengono alla nostra sfera di interessi ma alle persone che ruotano intorno al nostro mondo.
E così rimaniamo basiti di fronte a ciò che non vorremmo mai ascoltare, a ciò che non riusciamo a dare una spiegazione. Poche parole sono bastate per venire a conoscenza della novità. Ecco di cosa si nutre il mondo attuale: di novità. Spesso la novità è sinonimo di ingerenza nella vita di altri; spesso la novità comporta come conseguenza la necessità di esprimere un giudizio, di essere capaci di poter dare la giusta soluzione o la giusta interpretazione dei fatti, del come sarebbe andata a finire se mi avessero ascoltato.
Ma a volte la vera novità legata ad una notizia bomba è anche quella di serbarla per se. La vera notizia è che questa notizia deve rimanere un segreto fino a quando non saranno i diretti interessati a volerlo rendere noto. Forse è questa la novità, ed io mi limito ad apprenderla come l’alunno che impara le tabelline.
Ma questa missione, nasce anche con lo spirito di una promessa: parlare e ricordarmi di quelle persone che non si scordano mai di me, di quelle persone che nel silenzio di messenger mi chiedono come vanno le cose, di dove sono e di cosa faccio. Lo so che il mio nickname di messenger, quel “entoutoinika@libero.it” è di difficile scrittura, o ancora di più, difficile da ricordare, ed è proprio per questo sforzo, per avermi accettato nella propria esistenza, che sento il bisogno di ringraziarvi. A quelle persone voglio dedicare questa trasferta “marulanda”, a quelle persone che nelle lunghe attese vissute in aeroporto tra un “flight connection” e l’altro mi hanno fatto compagnia, stando a volte a migliaia di chilometri di distanza o semplicemente a pochi chilometri da casa! Sono semplici e silenziose quelle persone, non sono invadenti e non svolgono indagini. Ci sono e ringrazio che ci siano. Sono loro che, quando meno me lo aspetto, rispondono ai miei trilli su msn. È dura la vita in aeroporto, come è dura la vita di tutti i giorni, ma grazie a questi “angeli caduti dal cielo” il peso si sopporta meglio.
Ed è a loro che voglio raccontare…
Come ogni trasferta che si rispetti anche questa è iniziata nel segno delle novità: bisogna accontentare il mio deejay preferito, farlo felice esportando il suo marchio in tutto il mondo, marchio stirato sopra una t-shirt a maniche corte che fa da contrasto con il clima olandese trovato nei 3 giorni di permanenza a Rotterdam: fuori 12 gradi ed io in giro per la città e sul posto di lavoro con questa maglietta indossata: tutti dovevano vedere ed hanno visto! Il risultato è stato inaspettato. In molti mi hanno chiesto della maglietta e del suo significato mentre altri mi hanno manifestato il proprio desiderio di poterla acquistare: da non credere! Lo slogan riportato sulla maglietta recita “MARE FORZA 9”, ed io come un pazzo mi sono recato a bordo di una nave con indosso tale scritta. L’effetto che ho prodotto su tutto l’equipaggio è stato quello dello iettatore, per fortuna che almeno la nave era ormeggiata in porto, altrimenti non sono sicuro che sarei tornato a casa con l’uso delle mie gambe. Ho temuto per la mia incolumità fisica, ma per il mio carissimo deejay faccio quasi tutto, anche essere linciato!
Ma la novità più grossa è rappresentata dal fatto che non ero mai stato sul territorio olandese. Ho girato, ho visto tanti porti e sentiti tanti idiomi, ma la possibilità di ascoltare dal vivo i suoni della lingua parlata da Marco Van Basten mancava all’appello. E così tra un volo e l’altro, tra un tramezzino alla crema di formaggio caprino e carciofi sott’olio ed uno pacchetto di caramelle, sono giunto all’aeroporto internazionale di Schiphol (Amsterdam). Uno dei più grandi aeroporti del continente europeo, così recita la guida, ed è vero! Quello che ho visto merita sicuramente la descrizione, peccato non aver potuto girare un video amatoriale dall’aereo, le norme internazionali di sicurezza lo vietano.
Chi da piccolo non ha corso a tutta velocità verso un ponte mentre al di sopra dello stesso sta passando il treno e, toccando con la mano il muro di sostegno, mentre il treno è proprio sopra la sua testa, esprime un desiderio (di solito a me capitava di chiedere una fidanzata, se possibile la più bella della classe)?
Qui ad Amsterdam invece dei treni, sopra i cavalcavia passano gli aerei! Si gli aerei passeggiano tranquillamente al di sopra del traffico dell’autostrada. Un’immagine inquietante e fantastica allo stesso tempo. Chissà se anche qui nel freddo dell’Olanda, ci sono 12 gradi fuori, i ragazzi esprimono i desideri mentre passa sopra le loro teste un aereo? Chissà.
Fa uno strano effetto pensare che un tale gigante possa muoversi liberamente, non in volo, sulla mia testa e che non succeda niente, che le infrastrutture sono tanto forti da reggere il peso del grande Boeing 777.
E così tra una sigaretta fumata nell’aria fredda di Amsterdam e le varie foto digitali scattate all’esterno dell’aeroporto, abbiamo trovato finalmente il nostro “driver” che molto cavallerescamente si è offerto di accompagnarci, la sera stessa, a visitare le “bellezze” di Rotterdam: ogni mondo è paese!
Il viaggio di trasferimento è stato piacevole e silenzioso, in sottofondo un’emittente radiofonica locale suona “Like a prayer” di Madonna, mentre intorno a me scivolano immagini della campagna olandese. Mulini a vento, sterminate distese d’erba dove riposano mucche e tori, pecore ed agnelli, anatre e cigni, grandi fienili pieni di paglia per l’autunno che bussa alle porte. È il 20 settembre e tra poche ore il nuovo autunno non solo annuncerà il suo arrivo ma insedierà il suo clima, dettando le sue regole, facendo scendere il suo fresco mantello su questa terra ancora ricca di verde.
La notizia ci raggiunge mentre siamo in macchina, mentre Sting sta cantando il ritornello di “Mad about you”. L’ E.T.A. (Extimated Time of Arrival) nave a Rotterdam è stato fissato per le ore 07.00 del giorno 21 settembre, quindi abbiamo una serata completamente libera. E vai!
Non sempre le nostre aspettative vengono deluse, per questo mi piace la vita: chiedere non costa niente e se poi si realizzano i desideri meglio così.
Dopo aver riposto il mio monospalla (inscindibile amico delle ultime trasferte) sulla poltrona della stanza d’albergo, la corsa verso la doccia è stata l’immediata e successiva azione: fantastico. Niente jacuzzi, niente idromassaggio, niente sala benessere, ma Rotterdam ha riservato le sue piacevoli sorprese per la serata che stava appena iniziando.
Il viaggio nella notte di Rotterdam è stato veloce, troppo veloce e troppo presto il tiepido calore della mano del nuovo giorno ha accarezzato il mio volto.
Alle 07.00, puntuale come un carnefice che aspetta la sua vittima, il tassista era appostato come un cecchino fuori all’ingresso dell’albergo, ed io entravo nella sua scatola di ferro per essere traghettato verso il molo 4261 del porto di Rotterdam.
Il paradiso dura un attimo, l’inferno un’eternità!
Le ore successive sono state un vero calvario; un muro invalicabile di difficoltà, di carattere lavorativo, hanno invaso i miei pensieri. Ma per fortuna che sono allenato a tutto ciò, e dopo 13 ore di duro lavoro l’ostetrica ha annunciato che il bambino era nato e che poteva essere certificata la nascita: la nave era a tutti gli effetti conforme alle norme internazionali di Security: che fatica però!
Siamo stati tutti bravi, eccezionali. Dal comandante al mozzo tutti hanno dato il massimo. Come la nazionale di calcio che nel 2006 ha alzato la coppa a Berlino, così su questo lembo di terra italiana abbiamo giocato contro squadre avversarie molto più forti, vincendo il nostro piccolo campionato. Giocare fuori casa, senza supporter, non è facile, ma l’impegno, la fatica e la dedizione, il tutto accompagnato dalle nostre conoscenze ed esperienze sono i soli strumenti che avevamo a disposizione per vincere l’indifferenza delle autorità locali, ed alla fine abbiamo perseguito l’obiettivo. Siamo usciti dal campo di gioco tra gli applausi di una standing ovation.
Ma l’impresa vera, quella da veri marulandi, non si era ancora compiuta.
È sempre facile entrare in una struttura portuale mentre è estremamente difficile uscirne.
Come i castelli medioevali che sono difesi da cinta murarie, fossati e draghi che sputano fuori fiamme di fuoco, allo stesso modo la banchina del porto di Rotterdam era protetta. Le abbiamo provate tutte, abbiamo dato spazio a tutte le nostre fantasie per poter aprire porte e tornelli (stile stadio) al fine di poter riconquistare la nostra libertà. Non abbiamo posto limiti alle nostre azioni. Sono stati digitati codici, abbiamo suonato campanelli, composto numeri di telefono, gridato alla luna la nostra voglia di libertà, con l’unico risultato di spaventare i bellissimi cigni che si erano rifugiati sotto il pontile, cercando riparo per la notte, che oramai aveva disteso il suo scuro manto sopra le nostre teste.
L’unica cosa che ho imparato, in attesa dell’eroe che sarebbe in seguito venuto a salvarci, è che la parola olandese “uitgang” significa uscita, ma non sempre quest’ultima può essere raggiunta.
Siamo come quei pesciolini che si vedono negli acquari: liberi di muoverci in uno spazio estremamente confinato. Voglio uscire, ho fame, ho bisogno di una doccia!
Non abbiamo altra alternativa, dobbiamo tornare a bordo ed aspettare lì l’arrivo del nuovo giorno. Nel mio cervello iniziano a prendere corpo il peso delle aspettative a cui devo rinunciare, non voglio! Ed ecco all’improvviso, mentre eravamo già sulla via del ritorno a bordo della nave, apparire un angelo tutto bianco, il nostro eroe, che venendoci incontro ha sfoderato un sorriso caldo e sincero e che con un tocco magico del suo badge ci ha ridonato la libertà di pensare, di muoverci, di scappare via verso un altro mondo, siamo fuori!
Ed invece colpo di scena. Un’altra prigione uguale alla precedente, ma solo più grande è il nostro spazio di movimento, ci aspetta. Altre recinzioni, altro filo spinato e cancelli ci circondano… ma che gioco è? Intorno a noi solo silenzio ed alte ciminiere che sparano nel cielo fiamme azzurre. Ci risiamo, dobbiamo trovare un modo per tornare nel mondo delle persone libere. E di nuovo a bussare a porte chiuse ricevendo in cambio solo silenzio, a cercare disperatamente numeri utili da contattare, ma niente di niente. Ci deve essere un modo per uscire. Ed infatti c’era il modo per andare via, ed era il più semplice di tutti: girare la maniglia della porta del cancello e respirare l’aria della libertà.
Siamo proprio cotti, siamo sfatti e soprattutto affamati.
La serata scorre veloce, carne argentina e patatine fritte finiscono nelle nostre bocche, sorrisi e risate inondano lo spazio che ci circonda, mentre le foto immortalano i nostri stati d’animo. Come ogni trasferta c’è quello che si può raccontare e che può essere scritto e quello che invece nessuno deve sapere, quello che appartiene solo alla nostra memoria.
Si torna a casa.
Tutto questo è per te, solo per te. Si solo per te, hai letto bene e non dirlo a nessuno, mi raccomando, conservalo nella tua memoria. Spero solo che ci siano meno metafore e più vita raccontata…