Il mare è un grande registratore. Acquisisce suoni ed immagini e li riproduce attraverso la memoria dei suoi figli: i marinai. In un adagio della marineria francese è riportata la frase “Prima di me Dio”, posta ad indicare il valore che viene attribuito alla figura del comandante, inteso come la persona più importante ed autoritaria di una nave. Ed il comandante pensa sempre al benessere dei suoi uomini ed alla salvaguardia della vita degli stessi. Ma a volte, capita di fallire in tale azione, di non assolvere a tale compito, e si finisce per diventare memoria eterna! Si diventa memoria immortale, non icona di culto ma immagine da rispettare. E’ difficile pensare ad un comandante colpito a morte dalla mano di altri uomini che, nel cuore di una notte di luglio di tredici anni fa, irrompono nel sonno di sette padri di famiglia che non rivedranno mai più i loro cari. Il comandante sente le urla dei suoi uomini che sono freddati nelle loro cuccette. Il comandante si alza dal letto e corre sul ponte, afferra le apparecchiature radio e grida la sua richiesta di soccorso, d’aiuto. Non sta affondando, il mare è calmo; non imbarca acqua, le lamiere sono intatte; non ha bisogno di abbandonare la nave, non c’è nessun incendio a bordo. Vuole aiuto, vuole salvare il suo equipaggio dalla peggiore morte: quella per mano di altri uomini. Grida forte il capitano negli apparati radio che sono in plancia, ma nessuno risponde! La sua voce è piena di paura, sente i passi che si avvicinano, le voci dei carnefici sono nitide: si apre la porta che immette sul ponte di comando. Non ha esitazioni il comandante, sa di essere ormai solo. Sente intorno a lui solo silenzio, un silenzio eterno che è sinonimo di pace. E’ fiero il comandante mentre guarda negli occhi i suoi aguzzini. Cerca di capire cosa possano volere gli uomini arabi che sono di fronte a lui, ma la mano umana è più veloce del suo pensiero, e gli rimane solo il tempo di scandire un “amen” mentre che un fiotto di sangue venga fuori dalla sua gola!
Non ci sono più pensieri, non può essere tentata più nessuna azione, esiste solo il ricordo adesso. La luce di un mattino caldo e senza vita si posa sul volto del comandante, che fino a pochi istanti prima era celato dal tricolore. Tutto il suo corpo, privo di vitalità, era stato avvolto dalla bandiera italiana, buttata a mo di coperta sulle membra esanime del comandante. Non c’è gloria in quel mattino del 7 luglio 1994 nella baia di Djen Djen. Ma solo tristezza e rabbia. Dopo tredici anni resiste ancora il ricordo, vivo, nella memoria di quanti conoscevano quegli uomini. Faccio mie le parole del comandante della motonave Alida S. Faccio mia la memoria del mare, che in questa notte di fine ottobre torna prepotentemente a galla. Dopo i fatti occorsi alla motonave Lucina, furono aperte diverse inchieste, nessuna delle quali ha fatto giustizia. Qui, seduti intorno al tavolo della saletta ufficiali non si chiede giustizia, non siamo in un’aula di tribunale, non c’è il giudice. Qui, nel porto di Ploce, si sta dando solamente il giusto tributo a uomini che non ci sono più: il tributo del ricordo!
E di fronte a tale ricordo, il resto è solo contorno. Ma anche il contorno merita di essere gustato. Ed è necessario e doveroso fare alcuni passi indietro per permettere, a te lettore, di apprezzare la solitudine e la pace di Ploce. Non ci sono molte strade a Ploce, c’è un solo albergo aperto ed un solo ristorante che ci possa dare da mangiare. Ma arrivare a Ploce non è impresa semplice, anzi! La costa sud della Croazia, per intenderci la regione dalmata, non offre autostrade a tre corsie o strade statali, ma l’intera viabilità si snoda seguendo il naturale percorso costiero. Si è pensato bene di seguire la linea di costa e di modellare su di essa l’intero percorso automobilistico. Sono circa cento i chilometri che separano la città di Dubrovnik, aeroporto dove siamo atterrati, da quella di Ploce, e per farli tutti abbiamo impiegato circa due ore. Due ore di curve e tornanti ma anche di panorami notturni ricchi di suggestioni, come quelle offerte dal centro storico di Dubrovnik.
Un vero capolavoro! E così, tra un rallentamento ed un’accelerazione siamo giunti nel deserto silenzioso di Ploce. A Ploce nel periodo autunnale regna il silenzio. In strada, sono solo le 21.30, incontriamo una coppia di giovani ed insegne spente di bar chiusi. Non ci si perde per le strade di Ploce: è un cerchio perfetto il centro della città e tutto intorno è solo vuoto e colline. “Fulin” è il nome dell’unico ristorante presente a Ploce, presso il quale abbiamo cenato a base di pesce fresco, il tutto preceduto da un corposo antipasto di prosciutto dalmato e formaggio di Livno. Tutto veramente buono, e pensare che non gli avevamo dato due centesimi al ristoratore! Due passi a piedi e dopo cinque minuti eravamo tutti a nanna in un albergo completamente vuoto, tutto per noi. Il silenzio è rotto dal frinire delle cicale, ma è solo un attimo, poi il sonno ha preso il sopravvento ed il perdersi nel torpore del letto è il giusto premio. Poi lavoro, lavoro e nientaltro lavoro mi ha accompagnato nel corso della nuova giornata. Un lavoro di team, di gruppo e di professionalità. Il mio compito è far si che non ci sia più una seconda Lucina. Evitare che venga richiesto altro tributo umano, e non sempre tutto questo è semplice. Devo combattere con l’abitudine, con la prassi e con la ripetitività dei gesti della marineria. Sono gesti che esistono da sempre; sono azioni che hanno origine nella notte dei tempi, ma bisogna vincere l’abitudine! Sono le 00.30 quando lascio la nave e la sveglia tra cinque ore suonerà di nuovo: destinazione Spalato con il peristilio di Diocleziano da ammirare. E per raggiungere Split, il nome croato di Spalato, sono necessarie altre due ore piene di macchina ed altri 120 chilometri di curve. Fatemi scendere vi prego, mi fanno male le ginocchia! L’automobile rallenta la sua corsa, il paesaggio muta i suoi lineamenti, il cielo si scurisce e la pioggia lentamente cade giù.
Siamo arrivati a Spalato, ci attende il console e non bisogna far attendere i burocrati. Si apre il portone di ingresso, ci vengono richiesti i documenti, e siamo dentro. Sosta breve e coincisa, non più di trenta minuti, è quella richiesta affinché tutte le pratiche certificative siano adempiute, e siamo finalmente fuori, sotto la pioggia che pazientemente ci accompagna all’interno del centro storico di Spalato. E’ tutto movimento lungo il peristilio di Diocleziano, gente che vorticosamente occupa lo spazio, ombrelli che si aprono e gambe che si muovono lungo le strade della storia. Vedo intorno a me i resti di un impero, i segni di un tempo remoto, nel quale il popolo latino dominava il mondo. Mi accomodo al tavolo di uno dei tanti bar che si affacciano sul porto, ordino l’ennesimo tea, saranno quattro quelli bevuti a fine giornata, accompagnato da uno strudel all’amarena. Ancora qualche attimo di riposo, perso con lo sguardo in un orizzonte color grigio notte, e poi tutto questo svanirà oltre la coltre di nuvole, che sarà tagliata dal naso dell’aereo che mi riporterà a casa. Trogir, è il nome della località dove è localizzato l’aeroporto di Spalato, dista 30 chilometri dal peristilio di Diocleziano. Salgo in macchina, stringendomi nel mio giubbino, chiudo gli occhi e per un attimo rivedo la mia infanzia. Prendo la macchina digitale e scatto le ultime fotografie, mentre veloce l’autista imbocca il cavalcavia di accesso all’autostrada. Allora esisteva la Jugoslavia, ora esistono tanti stati a seguito della sua disgregazione; allora esisteva Roma ed il suo impero mentre adesso rimane solo il ricordo del tempo che fu. E fatta, sono a casa. Apro la porta delicatamente, mi svesto e mi infilo sotto la doccia. Tutti dormono mentre ripongo i panni della trasferta in lavatrice. Solo un attimo e poi le palpebre escluderanno il senso della vista, ma non ancora, non ancora. Un ricordo si affaccia e si materializza un obiettivo da realizzare: mai più un’altra Lucina!