Mellitah 2007


Dove eravamo rimasti???
Con queste parole il mitico Enzo Tortora riprendeva la trasmissione “Portobello” dopo i 4 anni di sospensione dovuti ad un errore giudiziario…
Anche io, come Enzo Tortora, ho vissuto la sensazione della “prigione” ma, a differenza del noto presentatore, la mia era dorata. Ma andiamo per gradi e diamo chiarezza cronologica all’evento.
Quando si parla di Libia, siamo tutti accomunati a pensarla come la terra da dove partono i barconi della speranza con direzione Sicilia; a pensarla come quel lembo di deserto dal quale persone disperate cercano la libertà lontano, guardando un orizzonte fatto solo di insidie e null’altro!
Beh, a me è capitato di fare il viaggio, ma all’inverso: dall’Italia alla Libia.
Obiettivo della missione era un supply-vessel… Ma esattamente cosa è un supply-vessel?
Per quelli che lo sanno, mi scuso per le parole destinate alla descrizione, mentre per quelli che non masticano la materia e sono dei veri neofiti allora cercherò di essere quanto più chiaro e lineare…
Un supply-vessel è un’unità di assistenza ad un’altra nave, di solito molto più grande, la quale viene sottoposta a rimorchio, (tecnicamente si dice tiro) al fine di poter rimanere in una condizione di punto fisso. Ora la nave rimane nel punto determinato grazie alle forze di tiro prodotte dalla propria ancora nonché dal tiro prodotto dal supply-vessel. Le forze del tiro e del supply-vessel sono in posizione opposta. Si genera in tal modo un sistema di forze vettoriali che tendono ad annullarsi… (si dice così ingegneri?)
A me è toccato andare sul supply-vessel, mentre avrei preferito di gran lunga la nave…
Quando mi è stata assegnata la visita, correva il mese di Giugno (periodo compreso tra il 5 ed il 10 del mese), e da prassi mi sono precipitato a leggere il luogo in cui era dislocata l’unità: nel leggere il nome geografico mi è venuto un vero “coccolone”: MELLITAH.
Ora avete idea di dove sia Mellitah? Stiamo parlando della Libia. Si quella nazione posta di fronte alla Sicilia, dove per ottenere il visto diplomatico ho dovuto aspettare 25 giorni, dove per andare in giro c’è bisogno di “pass”, dove tutto sembra essere perfetto e poi invece…
Nel tempo intercorso dall’assegnazione della visita alla data della sua effettuazione ho trascorso due settimane nella mitica città della Lanterna per corso di specializzazione.
Prima della partenza per Genova ho riposto il mio passaporto nelle mani dell’agente della società di navigazione, pregandolo di trattare il tutto con molta cura.
Diciamo che fretta non ce ne era, ma allo stesso tempo sono rientrato in possesso del mio lascia passare soltanto il giorno della partenza…
La data della partenza si è avvicinata ad una velocità supersonica, ed in men che non si dica il 24 luglio effettuavo il mio take-off direzione Tripoli via Roma Fiumicino. Niente di particolarmente interessante durante il volo, ma appena messo piede sul territorio libico tutto ciò che era semplice è diventato impossibile e l’impossibile superava l’immaginazione.
Nel breve arco di 10 minuti il mio passaporto è finito tra le mani di più persone, al punto di essere restituito nelle mani del suo non-proprietario, un signore tedesco, che immediatamente ha cercato il suo passaporto restituendo il mio alla dogana: da non credere!
Il tocco di classe è avvenuto in seguito, al ritiro bagagli: si era smarrita la valigia del mio accompagnatore con tutti i documenti che dovevano essere consegnati alla nave. Per fortuna che io viaggio sempre con il mio monospalla supercapiente, nel quale c’erano i miei documenti ed il necessario per effettuare la visita.

Una volta era il trolley il mio compagno di viaggio, oggi sono arrivato a viaggiare con il monospalla, domani forse solamente la 24 ore, chissà!
Dopo aver atteso invano circa un’ora abbiamo deciso di presentarci al banco reclami e scoprire che la valigia era rimasta a Roma… ma per quale mistero, questo era a noi tutti sconosciuto!
Una volta fuori dall’area del “mancato ritiro bagagli”, ci sono stati ritirati i passaporti. Immaginiamo la scena: il solito “spicciafaccende” che si avvicina e con fare alquanto garbato ti chiede il passaporto con l’aggiunta di 3 foto-tessere. Ora in tutta onestà, dove le trovo 3 foto-tessere in Libia alle 01.00 del mattino? Richiesta strana alla quale non ho potuto rispondere null’altro che non avevo foto-tessere con me, e che il giorno dopo mi sarei sottoposto a fotografia. Ma a cosa servono 3 foto-tessere? Risposta fin troppo banale: domani per spostarci ci occorrerà il “desert pass”. Insomma, ad ogni passo spinto occorre un “pass” in Libia. Al termine della convulsa ora e più di attesa, ci accomodiamo sui sedili posteriori dell’autovettura che ci permetterà di raggiungere l’albergo presso il quale alloggeremo per i prossimi 3 giorni.
Leggendo il quadrante del mio Swatch, le lancette si erano poste in modo che la più piccola era posizionato sul 2 e la più grande sul 12 quando siamo giunti in albergo. Erano le 2 del mattino quando abbiamo varcato la soglia della hall e gli occhi mi si chiudevano a causa del mancato dormire.
Ma si può fare questa vita? Si può correre sempre dietro le navi? Inizio a pensare che sia una giostra, un po’ come la vita che ti propone sempre le stesse situazioni, solo con personaggi diversi!
Fatti e distrutti di stanchezza abbiamo intrapreso la strada verso l’ascensore che ci avrebbe “traghettati” fino alle nostre camere, e lì Morfeo ci ha preso tra le sue braccia ed il resto è solo sonno…
La prigionia è stata molto piacevole ma di una noia mortale solo mare, mare e nient’altro che mare, il tutto innaffiato da acqua naturale. All’acqua, poi, si sono accompagnati banchetti tipici dell’Islam con comparse locali in costumi classici dell’area musulmana.

È duro essere detenuti in prigione, anche se dorata, dove tutti ti riveriscono, dove tutti ti venerano come un turista spendaccione, dove tutto gira a puntino, ma dalla quale non si può evadere se non con il possesso del mitico “desert pass”. E dopo 2 giorni di interminabile attesa si è materializzato il passpartout, che custodisco come una reliquia nel mio portafoglio, che ha aperto ai miei occhi lo sconfinato colore del deserto. Una vera distesa fatta di nulla per chilometri e chilometri, che veniva saltuariamente interrotta da una capanna o dal perimetro della mura di una casa priva di tetto. Il deserto è cosa è il deserto: vuoto, silenzio, nulla. Non c’è niente nel deserto, solo terra di un colore che non ha colore! Ha mai piovuto nel deserto? C’è mai stata vita nel deserto? Queste e tante altre domande mi hanno accompagnato nel viaggio che si è concluso dopo circa un’ora di macchina. Ecco davanti a me lo stabilimento petrolchimico di Mellitah, dove circa 2 anni fa Berlusconi stringeva le mani di Gheddafi a simbolo dell’accordo economico concluso con il popolo libico.
Il resto è lavoro, solo lavoro, reso ancora più difficile per l’estrema e pedante burocrazia libica, precisa come un cronometro che non fa sconti a nessuno quando si tratta di rilevare il tempo impiegato per correre i 100 metri!
E così tra un’esercitazione (fallita) di security e tanti piccoli problemi da risolvere, il 27 luglio alle ore 02.30 di un’alba ancora lontana da venire, riponevo il mio monospalla nel portabagagli della jeep che, procedendo a velocità sostenuta, ci avrebbe riportato all’inizio del viaggio: aeroporto internazionale di Tripoli.
Come in tutte le storie, anche questa si è conclusa con il lieto fine: ritroviamo il bagaglio dell’accompagnatore, pervenuto a Tripoli appena 4 ore prima con il volo da Fiumicino!
Torno a casa, forse, o per meglio dire torno in Italia, ma non conosco ancora bene la destinazione finale. Ci sono eventi che stanno per realizzarsi, ed altri che invece sono ancora nel Limbo del pensiero del “Grande Pensatore”.

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