Non sapevo il come, non sapevo il quando, ma soprattutto non sapevo il dove sarebbe successo. Ma come in ogni viaggio che si definisca tale è successo. Non conosci, e tanto meno lo puoi sapere, quale sarà il momento in cui intorno a te si creerà il vuoto, le persone incominciano a scomparire lentamente, i rumori che prima infastidivano il tuo orecchio diventano perfette eufonie ed i colori che inizialmente assalivano la tua pupilla si trasformano in un mare di tonalità rilassanti: tutto è perfetto eccetto un particolare. Quella minuzia che rende imperfetto il perfetto rendendolo perfettibile; è un cassetto della memoria, una porta che si apre, uno specchio che riflette un’immagine di qualche anno fa, un numero! Benedetto numero 5-32. Numero messo lì a tacere, da parte, gelosamente nascosto in qualche parte di me inaccessibile a chiunque.
Ma quanto meno me lo aspetto prepotentemente è riapparso! Adesso reclama di essere ricordato; reclama il giusto posto e la giusta collocazione: fa parte di me il 5-32! Cosa è 5-32? Una combinazione? Una password? Due numeri da giocare al lotto? Delle coordinate geografiche? Due elementi di un codice? Niente di tutto questo, niente di tutto quello che mi sono sforzato di ricordare per due giorni, fino a quando rientrando in albergo, nel dirigermi verso il banco dell’accettazione, nel chiedere la chiave della mia stanza, ho dovuto scandire il numero della stessa. E lì, in quell’istante, che l’insieme è diventato perfetto ed ho ricordato: 5-32 è una stanza, è il numero stampigliato su di una porta che per tre mesi è stata la mia casa, il mio mondo, il mio tutto!
Dovevo immaginarlo vedendo sullo sfondo la città, con il suo promontorio che domina la piccola valle dove sono incastonati giganteschi grattacieli. Era prevedibile che sarebbe successo; sarebbe bastato leggere attentamente il voyage planning di avvicinamento a Semarang per capire quale era il tassello mancante per risolvere l’enigma. Era tutto scritto, come ho detto, bastava leggere!
Sono corso in stanza ed ho accesso la camera digitale. Ho iniziato a scorrere le foto che avevo scattato fino a quando non ho trovato ciò che stavo cercando. Eureka! Ti ho fotografato senza sapere perché lo stessi facendo; ti ho fotografata come un turista in visita a Roma fotografa il Colosseo: meccanicamente. Che errore che ho fatto nel considerarti una città come tante altre! Le foto che ho scattato non ti rendono onore; sei ancora lì che dormi avvolta da una bianca coltre di nebbia; sei tranquilla, adagiata verso il mare nel silenzio dell’alba. La memoria corre indietro nel tempo e mi rivedo sulle tua banchine mentre osservo incredulo le immagini trasmesse sul maxischermo. È l’11 settembre 2001! Che effetti speciali, grido, guardando due aerei che in rapida successione trapassano una delle due torri gemelle a New York. Ma è tutto vero. Il mondo ha il suo nuovo anno 0: l’anno dell’inizio del terrore!
Guardo le foto e mi accorgo che tutto è rimasto come 5 anni fa, nulla è cambiato, nessuna differenza, solo un particolare rende la scena diversa: l’unità SAN GIUSTO non è ormeggiata in porto. Chissà adesso dove è la nave San Giusto e chissà chi alloggia nella cabina 5-32. Quello che so, e ne sono certo, quella nave e quella cabina sono state la mia seconda casa durante la campagna addestrativa dell’estate 2001.
È stata una campagna dura, ricca di colpi di scena, di sconfitte e di vittorie, di silenzi e solitudini, di profonde amicizie e di lunghe guardie in plancia, di nuove terre da esplorare e nuovi idiomi da ascoltare. La 5-32 non era una cabina, era la CABINA, era tutto quello che avevo: Stefano, Alessandro, Tommaso, Giuseppe, Davide ed io dormivamo in quei 20 metri quadrati.
Ricordo ancora il primo impatto, identico per tutti e 6: è piccola. Ma con il passare del tempo la cabina è diventata una reggia, sempre più confortevole ed accogliente, sempre più vissuta: era nostra. Era nostra perché sapeva delle nostre storie, delle nostre emozioni, dei nostri drammi e delle nostre storie d’amore. Era nostra perché con noi divideva il mal di mare e le giornate di bonaccia, i tifoni e le giornate di sole, i giorni di consegna e quelli di libera uscita. La 5-32 era l’ultimo lembo di ferro abitato, dopo di noi c’era solo la prora della nave, che per 83 giorni ha solcato 14.500 miglia.
Noi eravamo il primo baluardo umano ad accorgerci dei cambiamenti dello stato del mare, ma eravamo anche gli ultimi ad arrivare in assemblea sul ponte di volo! Ricordo i miei compagni e le loro manie (i Marulandi dicono TIC): Alessandro un vero marinaio: il suo motto era un porto una donna. Davide una sorte di salutista vivente, vivente in un mondo di pazzi: se non c’erano lo yogurt ed i cereali a colazione la mattina era un dramma. Stefano e la sua mania per il culturismo: appena sveglio 30 minuti di pesi. Tommaso e la sua passione per l’Oriente: sei riuscito a comprare 4 kimoni, ma cosa dovevi farci? Giuseppe un uomo fatto silenzio: credo di aver sentito la sua voce non più di 3 volte in 3 mesi, un vero record. Ed infine io, ma questa è un’altra storia!