Charleston 2007


Non c’è sole su Napoli, ci sono solo nuvole nel cielo di Napoli.
C’è vento nel cielo di Napoli. C’è vento nell’aria di Napoli. C’e’ vento nell’aria di Napoli, ci sono pozzanghere d’acqua sulle strade di Napoli. Non piove su Napoli ma stanotte ha piovuto a dovere.
Fa freddo sulla pista di decollo, lo si nota dai baveri delle giacche tirati su e dalla percezione del tremore dei denti di alcuni passeggeri, che rapidamente guadagnano l’accesso all’aeromobile. Siamo circa settanta passeggeri a bordo dell’aereo, ed ognuno di noi ha la sua destinazione: io sono diretto a Charleston, South Carolina. Prima di atterrare sul suolo americano dovrò fare scalo a Monaco. E’ breve la sosta a Monaco, tipo autogrill! Meno di un’ora, e poi di nuovo per un altro decollo. Mi concedo una sosta tecnica alla business lounge della Lufthansa e poi sono decisamente pronto per raggiungere il gate di imbarco: H14. Odio i controlli di security, ed odio soprattutto quelli ridondanti. Mi chiedo, se sono già stato ispezionato (dentro e fuori) nell’aeroporto di partenza e non ho avuto alcun modo di uscire all’esterno di esso, che senso ha ripetere la stessa operazione a Monaco? A questa mia considerazione devo inoltre aggiungere, con mio sconforto, che tale prassi e’ applicata solo ai voli con landing Stati Uniti. E pensare che una volta arrivato a Charlotte sarò di nuovo vivisezionato, mi rende particolarmente suscettibile.
Sono in vista del cancello di imbarco H 14, ci sono circa trecento passeggeri.
Sono stanco, tremendamente stanco. Non vedo l’ora di salire a bordo dell’aereo, sedermi al posto assegnatomi dalla dea bendata, prendere il telecomando posizionato all’interno del bracciolo della poltrona, selezionare il film per poi addormentarmi dopo dieci minuti. Ma stavolta non va proprio così. Rimango sveglio per l’intero volo, circa otto ore, smanettando come un dannato sul telecomando, nella vana ricerca di non so quale film o programma televisivo. Ci sono tante alternative ma un’unica realtà: sono teso. Non sono tranquillo, non sono sereno. La convinzione e’ che non prenderò, una volta giunto a Charlotte, l’aereo delle 16.30 per Charleston. Mi attende il controllo dell’immigrazione ed ho soltanto 45 minuti per superare l’ostacolo costituito da centinaia di persone che devono adempiere al mio stesso rito: farsi riconoscere, guardare in una webcam, aspettando che una foto digitale appari su un computer, mentre nello stesso istante un apparecchio elettronico rileva e memorizza le impronte digitali. Che fantastica cosa e’ la tecnologia. Ma questo e’ solo il primo passo che bisogna compiere per accedere negli Stati Uniti. Il secondo, per noi stranieri, e’ quello del colloquio con l’agente dell’immigrazione che vuole sapere i motivi dell’arrivo sul suolo americano. Ma saranno pure fatti miei! Comunque sia, l’intero adempimento della funzione richiede dai due ai quattro minuti a persona, quando va bene. Il che significa che per smaltire trecento persone in fila, con solo sei postazioni aperte, ha richiesto un’ora di attesa! E proprio in quell’ora di attesa, il mio aereo da Charlotte decollava per Charleston. Quindi, ricapitolando, sono ancora a Charlotte in attesa di essere nuovamente quotato sul primo aereo utile che abbia destinazione Charleston. Sono stanco, terribilmente stanco. Chiudo gli occhi e quando riapro gli occhi guardo subito il mio orologio, sono le 03.15 secondo la disposizione assunta dalle lancette. Non e’ possibile! Sono sveglio da quasi 24 ore e non sono ancora giunto a destinazione. Si fa presto a dire America! L’aereo e’ atterrato, e le ultime cose che ricordo sono il finger di collegamento tra l’area di attesa e la hostess che mi sorride, poi il vuoto. Dove sono? Sono seduto al mio posto accanto ad una donna veramente eccezionale. Mi sorride, le sorrido. “Where am I?” Pronuncio nel mio pessimo inglese, e lei dolcemente risponde, scandendo il nome della città di Charleston. Sono al capolinea del mio viaggio. Devo solo scendere dall’aereo e cercare l’uscita. Non e’ grande l’aeroporto di Charleston; e’ un aeroporto a misura d’uomo, non ci sono controlli e non c’e’ la fila come a Charlotte.

Fa caldo a Charleston, lo intuisco dall’abbigliamento delle persone: pantaloncino corto e t-shirt per gli uomini, gonne all’altezza delle ginocchia e magliettina a mezza manica per le donne. Non ci sono nuvole nel cielo di Charleston, si vedono chiaramente la Luna e le stelle. Non ha piovuto a Charleston la scorsa notte, le strade sono asciutte! E’ una città silenziosa Charleston, popolata da persone che si muovono rapidamente e meccanicamente. Nelle acque interne del porto di Charleston ci sono i delfini e la nave che devono ispezionare. Questa volta l’ispezione e’ dura e complicata, lo dimostra il fatto che completeremo la visita alle 22.30. Siamo tutti stanchi, e alla fine, l’unico desiderio che si può realizzare è quello di una calda doccia e di un letto pulito. Domani torno in Italia! Ma neanche questa va proprio così! La Lufthansa ha omesso di aggiornare il mio biglietto di rimpatrio: invece di viaggiare oggi, avrei dovuto viaggiare ieri! Oggi non volo, resto a terra, sono a terra. E cosi mi toccano, 4 ore in aeroporto nell’attesa che qualcuno mi riporti in albergo o quantomeno a bordo della nave, ed un intero giorno di tribolazione sperando che per l’indomani ci sia disponibilità sull’aereo. La tribolazione ha termine alle 3 del mattino (ora americana, in Italia sono le 9) del giorno 21 ottobre, quando una tempestiva e tanto attesa telefonata mi conferma che e’ stato emesso un nuovo biglietto. E vai! Devo solo attendere l’arrivo del nuovo giorno e poi si torna a casa. Sono lunghe le ore che mi dividono dalla nuova partenza. Ore trascorse cercando di impegnare la mente, cercando un qualcosa da fare. Non c’e’ molto da fare a Charleston! Il pranzo domenicale lo consumo a bordo della nave, in compagnia del comandante e del direttore di macchina nonché dell’ispettore della società.

Per la serata decidiamo di andare a cena fuori, mentre nel frattempo ho cambiato albergo dove pernottare. Quest’ultimo e’ praticamente incollato all’aeroporto, non più di cinque minuti d’auto. Non ci sono molte alternative per quanto riguarda la cena: scegliamo come ristorante Tristan. Locale stile francese con prezzi stile francese! Che mazzata per il portafoglio. Sono le 21.30 quando lasciamo il ristorante mentre il sonno ci prende le membra e la testa. Le restanti ore di volo che mi separano da casa scorrono veloci. Paradossalmente sto viaggiando avanti nel tempo. Sarò a casa quando a Charleston saranno le 5 del mattino. Anche oggi a Napoli ci sono le nuvole, oggi non piove su Napoli e fa meno freddo a Napoli rispetto a quando sono partito. Il Vesuvio e’ al suo posto, il mare occupa sempre lo stesso spazio mentre io sono ancora alla ricerca di un posto che sia solo mio.

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